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Marty Byrnes
nato a: Syracuse (USA)
il: 30/04/56
altezza: 198
ruolo: guardia/ala
numero di maglia: 9
Stagioni alla Virtus: 1986/87
statistiche individuali
LA PAGINA DELCAMPIONE: MARTY BYRNES
Superbasket
Marty Byrnes è nato a Syracuse il 30 aprile
1956, è alto 2.01 e gioca ala-guardia. Viene reclutato dagli “Orangemen”
dell'università della sua città nel 1974: per lui, cinque anni di college
perché‚ in una stagione ha potuto disputare solo nove partite. La sua annata
migliore è l'ultima, 77-78, quando viaggia con 16,3 punti (49,9% al tiro) e
194 rimbalzi. Complessivamente, a Syracuse ha disputato 105 incontri
segnando 1159 punti (m.p. 11) e 648 rimbalzi.
è la prima scelta dei Phoenix
Suns nel 1978 che lo chiamano con numero 19: inizia la sua carriera
professionista, prima con i “Soli”, 43 partite, 6.8 m.p. con un high di 16,
nello stesso anno, ai Jazz di New Orleans, insieme a Pete Maravich (36,5.3
m.p.). L'anno successivo è addirittura ai Lakers dove vince l'anello anche
se non da protagonista (32 partite, high 11). Nell'80-81 è a Dallas, con i
Mavericks, assieme a molte altre conoscenze italiane (Jeelani, Kea, Piet,
Duerod, Lagarde) ed è presente in 72 partite per un totale di 1360 minuti e
561 punti (m.p. 7.8) con un punteggio massimo, in una singola partita, di
25. Torna nella Nba nell'82-83, con gli Indiana Pacers assieme a Schoene e
Branson: 80 partite, 1436 minuti, 4.6 punti a gara. Complessivamente, con i
professionisti, ha giocato 263 partite di regular season per 1495 punti
totali oltre ai playoffs con i Lakers.
Bruno Arrigoni lo scopre uomo giusto per la
sua Vicenzi e, nel 83-84, è a Verona dove disputa un eccellente campionato
(22 punti, 7 rimbalzi a gara, 52,3% al tiro) che non basta, però, a salvare
la matricola veneta. L'anno successivo, dopo aver provato per la allora
Simac che poi gli preferì Walker, subentra a stagione iniziata a Brindisi
dove è stato decisivo alla salvezza della Landsystem con 21,7 punti ma,
soprattutto, con uno strepitoso 59.1% da tre. Confermatissimo, nell'85-86 è
ancora a Brindisi ma un malanno ad un piede lo toglie di gara dopo solo 14
partite. Finalmente, la scorsa estate, Byrnes ha trovato un estimatore in
una grande squadra, la Dietor, che necessitava un giocatore molto versatile.
Ottimo tiratore, eccellente difensore, a due mani buonissime unisce
un'intelligenza tattica eccezionale. Non è uomo spettacolo o da statistica
ma è il tipo ideale per far rendere una squadra ricca di talento come la
Dietor.
BYRNES E LA REGIA
di Paolo Viberti – Superbasket – 06/11/1986
“Perder tempo ad inseguir ninfee, non capendo
gli uomini a le idee…”: Vecchioni fa compagnia, quando si torna in auto da
una trasferta di lavoro. La notte mi avvolge, la nebbia mi stringe, la
musica la spinge (via) e mi spinge (avanti).1 Ho visto la Dietor, in una
domenica che non dico, in una partita come un'altra. Ho seguito le mosse
nascoste di uno strano personaggio che agisce nella penombra, nei risvolti
di un maglione fine ma imbottito (non fine perché imbottito). Il personaggio
si chiama Marty Byrnes, l'anti-americano per eccellenza, perché
dell'americano non ha la propensione allo spettacolo né l'attitudine ai
lauti bottini. Questo attivissimo mancino dal volto cinematografico (Elliot
Gould, che diamine…) mi ha convinto assai di più del retorico parterre di
Piazza Azzarita, dove tanti signorotti per bene sputano la propria
convinzione che esista davvero un limite netto tra bene e male, tra giusto e
ingiusto. A questi profumatissimi dotti della Dotta preferisco i dignitosi
appassiona ti dell'Arcoveggio, che hanno scelto di dannarsi dietro i cavalli
e non alle spalle dell'arbitro Deganutti (uno a caso, fischiante nella
partita in questione).Se avesse potuto scegliere tra il parterre di Piazza
Azzarita e il bordo pista dell'Arcoveggio, credo che Marty Byrnes non
avrebbe avuto dubbi: per uno abituato a vivere nella penombra, la sconfitta
sul palo si addice assai di più della passerella tra la Bologna (ri)dotta. I
McAdoo e i Gervin piovono dal cielo, ma nel nostro campionato pare esserci
posto anche per il lavoratore Byrnes. Con Marty, ho in comune anno di
nascita, segno zodiacale e mancinismo incorreggibile. Ho sempre pensato che
la scelta (che poi scelta non è…) del sinistro sia la connotazione di
qualcosa di particolare…
Mi piace il modo di giocare di Byrnes, mi
piace l'antidivo, il coreuta, l'attore non protagonista. Anche per questo,
Marty non potrebbe mai incarnare sino in fondo il personaggio di Elliot
Gould, da sempre mattatore e mai comparsa. Byrnes, invece, viene attratto
sul proscenio dall'applauso, dalla constatazione oggettiva di un valore
tangibile, non costruito. Ed io che son vittima di sentimentalismi, son già
pronto a creare il ruolo del l'”eterno incompreso”, del brutto anatroccolo
che diventa cigno. Poi apro gli annali, cerco sotto la voce “basket
americano”, sfoglio ancora sino alla dizione “Marty Byrnes” e scopro che il
coreuta ha giocato nella NBA in ben cinque formazioni (Phoenix, New Orleans,
Los Angeles, Dallas e Indiana), vincendo anche un anello con i Lakers.
Strano, perché in Italia non è che Marty abbia combinato granché: prima a
Verona retrocessione), poi un contratto in fieri (e mai fatto) con la Simac,
quindi due anni a Brindisi con la Rivestoni. Da “portatore di acqua” (nella
NBA) ad aspirante divo (Verona e Brindisi), per tornare a lavorare
nell'ombra, a pochi passi dal parterre illuminato di Piazza Azzarita.
Eppure: anche se le signore impellicciate continueranno ad applaudire gli
slalom del “bravo ragazzo” Brunamonti o le
bombe del giovanottone Villalta, continuo ad
essere convinto che alla base della rigenerazione della Virtus ci sia
proprio il rendimento di Byrnes, uomo intelligente che parla perfettamente
l'italiano senza mai averlo studiato, ragazzo spiritosissimo, oggi con Binelli e Sbaragli,
un tempo con Magic Johnson e Jabbar.
Marty legge gialli e va al cinema (in inglese)
ogni lunedì. Quando iniziò a giocare, sognava di diventare il nuovo Spencer
Haywood. Ora, a sé stesso e alla Dietor chiede 25 vittorie nel corso della
regular season e un grande playoff. Di scudetto non parla, perché il piccolo
scommettitore dell'Arcoveggio (quello vero) non dice mai che il suo cavallo
“non può perdere”.
Byrnes ha imparato a non fare proclami nella
sua vita di gitante ( e non gigante) dei parquet. Nel parterre, invece, al
termine di una partita che non dico, un signore (ri)dotto della dotta
continuava a ripetere: “Questa Dietor merita il titolo perché è formata da
gente che si vuole bene. Sembrano tutti fratelli…”.
“Dire siam tutti fratelli/mentre vola no i
coltelli…”; è ancora Vecchioni a spinger a nebbia e a spingermi avanti.
Sulla via del ritorno.
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