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Alberto Bucci

nato a: Bologna

il: 25/05/48

 

Stagioni in Virtus: 1983/84 - 1984/85 - 1993/94 - 1994/95 - 1995/96 - 1996/97 - 2004/05

 

statistiche individuali

 

palmares individuale in Virtus: 3 scudetti, 1 Coppa Italia, 1 SuperCoppa

 

Biografia su wikipedia

 

 

HO UN SEGRETO: LO STRESS

di Enrico Campana - Superbasket 12/18 aprile 1994

 

IO E IL BUCCI 2 - "QUando vinsi lo scudetto ero più matto, un urlatore selvaggio che pensava la sua voce fosse determinante in tutto, non dico il verbo ma poco ci manca... Adesso ho capito che il principale protagonista è e deve essere il giocatore, perciò prima di una partita i miei discorsi durano meno di 10 minuti. Il giocatore deve sentirsi la sua concentrazione, è libero di scegleire in gara cosa fare. Anche se la prima e l'ultima decisione sono mie".

IO E I BILANCI - "Partiti con Levingston, avevo paragonato la Buckler alla Lotus di Formula 1 perché il nostro gioco era correre e tirare ogni 15 secondi, come al McDonald's. Poi ho dovuto cambiare tema, senza però rinunciare all'identità dei giocatori. La squadra non si è mai specchiata, non si è fatta femmina, c'è stata anzi una dimostrazione di forza proprio nei momenti difficili, vedi l'infortunio di Danilovic. Mi sembra conti qualcosa essere 2-0 con la Glaxo, la Benetton, la Recoaro, essere 1 pari con la Stefanel grazie a quel canestro famoso di Gentile allo scadere..."

IO E LO SCUDETTO - "Questo titolo può e deve essere la conferma della continuità della programmazione di Alfredo Cazzola: la Virtus ha un destino da protagonista scritto nella sua storia, importante è completare adesso il risultato che tanta gente s'aspetta. Nella vita sei sempre sotto esame, sarei un bugiardo se lo ignorassi".

IO E CAZZOLA - "Il presidente ci ha dato una nuova forza dopo la sconfitta in Coppa Italia, quando è venuto nello spogliatoio per incoraggiarci. Non ci ha fatto pesare niente, ha trovato delle attenuanti anche per me, quando non sapevo darmi pace".

IO E I RISCHI - "Lo slogan per questa campagna tricolore può essere "giocare sempre la prima partita pensando sia quella per il titolo". La concorrenza è forte. A cominciare dalla Scavolini, per il rispetto che ho per Bianchini, il fatto che ha le motivazioni giuste e in una partita secca può accadere di tutto. La sorpresa può venire da Benetton e Stefanel,senza trascurare la Glaxo".

IO E IL TALLONE D'ACHILLE - "Dobbiamo sempre imporre la nostra forza, quando non succede rischiamo. Battute largamente fuori casa, a Bologna abbiamo penato con Venezia, Reggio Emilia e Livorno: cosa cambiava? Senza cattiveria diventiamo peggio di quel che siamo, prendiamo la rimonta con la Stefanel. Nell'intervallo ci siamo detti: perdere è possibile, ma niente figuracce! è scattato qualcosa, i giocatori urlavano fra di loro: sì, sì, non possiamo fare figuracce..."

IO E LO SPOGLIATOIO - "Non dico che voglio farmi contestare dai giocatori, ma cerco soprattutto di tirare fuori da ognuno quella che può essere un'idea diversa dalla mia. Fare il dittatore o il rompiballe sarebbe pericoloso, come giocare con i concetti e le parole. Se cito la Divina Commedia e non l'ho letta e loro se n'accorgono, perdo la stima".

IO E LA PANCHINA - "Tutti possono essere protagonisti. Ma nessuno mi ha fatto pesare i minuti in meno, d'altronde se commetto errori è per cercare di vincere. E torno a toccare il solito tasto: la resa di ogni giocatore è pari alle responsabilità che gli danno: il giocatore deresponsabilizzato o troppo pressato non darà mail 100%".

IO E I RIMPIANTI - "Sono stato fino ad oggi più ripagato di quello che m'aspettassi, del resto mi accorgo che vivere bene è essere contento di quel che viene. Sarò un sognatore... Ah, dimenticavo Levingston... Pensavo proprio fosse il giocatore ideale, peccato quell'infortunio. Quando l'ho preso stava bene".

IO E IL GIOCO - "Non mi vergogno di confessare che all'inizio tutto veniva facile, il contropiede, il cambio di lato e qualche volta mi interrogavo entusiasta: ma come facciamo a giocare così bene?... Con Schoene, una certezza, facciamo un po' meno contropiede perché meno padroni dell'area, da qui la necessità di curare il gioco sul lato debole, rovesciare l'azione per gli 1 contro 1 di Danilovic, Moretti e Brunamonti. In difesa abbiamo dovuto aggiustare la match up, con grande aggressività e anticipo sul ritorno dell'avversario".

IO E LE CERTEZZE - "La principale è la consapevolezza del gruppo. Non tutti si frequentano fuori dal campo, hanno amicizie e rapporti differenti, caratteri particolari ma nei momenti di difficoltà si battono l'uno per l'altro come non avevo mai visto fare. E se sgrido un giocatore, gli altri lo incoraggiano a cominciare da quello che per primo potrebbe prendere il suo posto".

IO E LO STRESS - "Il giorno che non lo sentirò non avrò più bisogno del dottore, perché non farò più l'allenatore. La vigilia della gara mi chiudo in me stesso, poi sfogo la tensione nel dialogo. Ho bisogno di parlare, parlare, parlare... è un modo per concentrarsi. Gioco mentalmente dalle 13 alle 15 volte la partita che non ho ancora giocato, tremendo ma guai se non fosse così...".

IO E LE PROMESSE - "Non posso farne, ma se vincerà lo scudetto questa squadra ha il diritto di giocarsi l'Euroclub del prossimo anno".

IO E MESSINA - "C'è stato un senso di continuità, anche se siamo diversi nella maniera di gestire. Ettore è quello che ero io 9-10 anni fa, oggi penso anche a quella gente che viene al Palazzo per divertirsi, e sarebbe bello fare a meno della zona, anche se la nostra match-up è importante. Dobbiamo ragionare in Italia come quel ristorante che aveva 100 piatti e con la crisi ha ridotto il menù e il prezzo ma aumentando la qualità. E quindi curare di più lo spettacolo. Si è lavorato sulla forza fisica a discapito della tecnica, quante squadre impostano il finale di gara sul tiro da sotto?"

 


 

LUPO ALBERTO

di Franco Bertini - Superbasket 28 marzo 1995

 

Senti Alberto, ma c'è mai nella vita un momento in cui un allenatore vorrebbe fare un altro mestiere?

"Sì, di momenti del genere ce ne sono tanti, perché questo è un mestiere dove non c'è mai un periodo equilibrato. Oggi sei bravo, domani sei uno stupido, ogni volta sei rimesso in discussione, sei sempre in battaglia. le cose non si fermano e devi andare veloce almeno quanto i tempi che cambiano. è dura, ma alla fine questo mestiere è come una droga..."

è Alberto Bucci che parla, uno degli uomini del nostro basket che non devono chiedere mai. Lui e la sua Buckler campione d'Italia sono appena reduci dal ceffone di Atene che li ha messi di nuovo fuori dalle Final Four, 43 punti di scarto, 18 punti segnati nel primo tempo della partita decisiva. ALberto è gentile come sempre in questo mercoledì mattina che pure è per lui un'altra giornata particolare: questa sera è in programma il derby con la Fortitudo e quando queste righe saranno stampate tutto sarà già consumato.

"Di derby ne ho fatti tanti fra Livorno e Bologna. Sono partite diverse dalle altre, anche dai play-off. è una bugia dire che un derby non è una partita diversa, si crea in città un surplus di energia e tu devi essere bravo ad assorbire e trasformare tutta questa energia. Non ci sono scappatoie di fronte ad un derby e se scappi vuol dire che hai paura".

Qual è stata la frase più dura pronunciata dal tuo presidente dopo la sconfitta di Atene?

"Devo dirti la verità, in fondo non è poi stato tanto duro- Certo che i 43 punti non gli stavano affatto bene come entità della sconfitta. D'altronde una sconfitta così non poteva accettarla passivamente, quei 43 punti di scarto hanno scatenato qualcosa. Però subito dopo è stato positivo ed ha voltato pagina".

Ma a mente fredda sei riuscito a farti un'idea di cosa possa essere successo nella testa e nelle mani dei giocatori della tua squadra?

"L'unico paragone che mi viene in mente è quello di un ciclista che corre l'ultima tappa del Giro. Sull'ultima salita l'avversario ti stacca e tu vai in crisi perché senti che non vestirai più la maglia rosa. Oppure potrei pensare ad un pugile groggy... guarda, se fossimo stati più lucidi avremmo forse perso di una ventina di punti".

Qualche giornale ha parlato addirittura di rifondazione della squadra, anche se il tuo presidente ha smentito. Tu che ne pensi?

"La Buckler è una società che programma sempre ciò che fa, per esempio ogni anno andiamo su un giocatore giovane. Se Danilovic andrà in America, se dovremo avere due nuovi stranieri è chiaro che ci sarà un nuovo assetto. Binion, ad esempio, adesso sta andando bene. Quello che posso dire è che non c'è aria di epurazione. Col presidente ci sentiamo anche due o tre volte al giorno. Intendiamoci, non che non mi senta in discussione anch'io, voglio solo dire che col presidente ho un rapporto di amicizia, che non mi mette in una situazione più facile, ma che non mi crea angoscia. So che se mi dovesse dire qualcosa me lo direbbe in faccia, fra noi c'è amicizia e rispetto. D'altronde i giocatori che sono qui lo sono in base a programmi ben definiti e poi, senza voler sopravvalutare nessuno, di giocatori più bravi dei nostri non ce ne sono tanti in giro".

Tu apriresti agli oriundi, ammesso che ce ne siano dei buoni?

"Aquesto punto sì, se vogliamo vincere in Europa. Ma hai visto che i greci giocano praticamente con cinque stranieri? La Spagna fa giocare come spagnolo uno che si chiama Smith per non parlare poi dei francesi. Dunque valutiamo anche noi la cosa, per domani o per dopodomani, ma cominciamo a pensarci. Se vogliamo essere competitivi in Europa dobbiamo fare qualcosa, lo dico anche per la Nazionale".

Oriundi a parte, ci sono dei motivi precisi per i quali le squadre italiane di questi ultimi anni escono mediamente strapazzate nei confronti europei?

"Ti parlo come se fossi uno che le coppe non le ha fatte. Nel nostro campionato sei sempre sotto processo, la Buckler perde poche partite in una stagione ed ogni volta che succede siamo sotto processo. Allora se vuoi restare sempre in alto nel campionato è dura andare in coppa ed essere sempre all'altezza della situazione. Non cerco nessun alibi, però è certo che in Europa solo pochi vincono in trasferta. Poi se vai a vedere che l'Olympiakos perde con 30 punti di scarto, ti viene in mente che c'è qualcosa di strano e ti sorge anche qualche dubbio. E infine bisogna anche andare a vedere dove sta il bello, se in campionato o in coppa".

Come ci si sente quando si deve tenere una conferenza stampa dopo aver perso di 43 punti?

"Ci si sente molto male: sette giorni prima avevamo giocato una partita fantastica. Cambia il mondo. Ti senti amareggiato, non puoi chiamarti fuori, hai la tua responsabilità e quella degli altri dieci. E poi devi ricaricare la squadra, devi salvarli, devi pagare anche per loro. Non è vero che ci si costruisce una corazza attraverso gli anni, si provano sempre emozioni e sentimenti. Cominci a rivedere tutto quello che hai fatto, se c'è qualcosa da correggere o di nuovo da fare per ridare entusiasmo. Ti senti in crisi e non puoi né ridere troppo né piangere troppo: se ridi troppo puoi far credere che non te ne frega niente, se piangi troppo rischi di sembrare sfiduciato quando invece devi ridare fiducia per il domani".

E l'orologio come ti va... ?

"Va a finire che a me e Bianchini quelli della Lega ci picchiamo con questa storia dell'orologio. Faccenda chiusa, ormai c'è e lo giochiamo. Vedo una Benetton piena d'entusiasmo, ha già raggiunto due obiettivi e può inseguire il terzo senza pressione addosso. Noi siamo programmati per arrivare in finale, poi vedremo. Ci sono tutte le prerogative".

Questo è il tuo secondo anno alla Buckler su un contratto di tre anni. Commenti e impressioni.

"Ci farei la firma per andare avanti così, si contano sulle dita le squadre che arrivano sempre in finale e noi siamo sempre in prima fila":

Fra queste parole di Bucci ed oggi c'è stato il derby e il palmares di Alberto si è arricchito di un altro derby vinto. Tutto questo non gli farà montare la testa... Resta il fatto di quell'Europa che scorre sempre lontano dai nostri lidi, ma quello è un problema non solo di Bucci e della sua Buckler e a meditare su quelle rive sono in parecchi. A memoria d'uomo non c'è mai stata un'epurazione che abbia funzionato a dovere evidentemente perché quella non è la strada migliore per risolvere i problemi. Meglio cercare di rispondere ad una domanda: perché gli altri vincono e noi no? A tanti la risposta.

PS: Il risultato del derby fra Buckler e Fortitudo lo abbiamo saputo nella tarda serata di mercoledì da Televideo. Alberto Bucci aveva ragione ad essere sereno. Dopo l'infausta giornata di Atene è stato evidentemente capace di non ridere troppo né di piangere troppo. Il giovane generale Scariolo risale per ora sconfitto le valli che aveva disceso con baldanza, il presidente Cazzola può giocarsi al lotto il numero 43 e rimettere in soffitta l'epurazione. Ed anche la rifondazione... Per averla basta e avanza Bertinotti.

 


 

Albertone

di Gianfranco Civolani

 

Ufficialmente quel decimo scudetto per me nasce quando telefono a Gigi Porelli e lui mi chiede se io al posto suo confermerei o meno Mauro Di Vincenzo. Ma sì, dico io, perché no. Io invece credo proprio di no, dice lui, e chiamami stasera che ti faccio sapere. Richiamo e ancora lui mi interroga: insomma confermeresti Mauro o no? Ma Gigi, non mettermi in imbarazzo. Guarda che dall'imbarazzo ti tolgo subito perché prendo Bucci, anzi l'ho già preso. Questa telefonata è datata millenovecentottantatré e così Alberto Bucci rientra dalla porta principale nella sua Bologna, rientra in pompa magna dopo esserne uscito non proprio gloriosamente e sull'altra sponda. E qui mi scuso con l'interessato se una volta ancora cito un certo episodio e sono anche costretto a ricordare una cosa che Alberto si porta dietro fin da quando è bambino. Dunque in Fortitudo officia Dido Guerrieri e il suo assistente è quel fanciullo prodigio, un biondino che claudica per via di una dolorosa malattia infantile, un biondino prodigio perché da qualche anno mi raccontavano che in una qualche società minore Albertino era stato così bravissimo. Bene, in Fortitudo i nuovi capi (l'editore Luciano Conti e il suo grande amicone Paolo Moruzzi) decidono di cacciare il Dido e la patata torrida tocca proprio al suo vice. Sfiga massima, all'ultima partita (decisiva per la salvezza) tale Paolo Rossi (che non ha niente a che vedere con Paolino Pablito) scaglia un siluro da metà campo e condanna la Effe. Uno sfigato, l'Albertino, pensiamo e scriviamo. E naturalmente non gli rinnovano il contratto e lui deve ricominciare da capo. Ma fa in un baleno a rifarsi una verginità. Rimini e Fabriano sono i suoi nuovi trampolini, un successo e una promozione via l'altra e appunto Gigi Porelli prende a pretesto un suo insanabile contrasto con Di Vincenzo per convocare a corte l'Albertino nel frattempo diventato semplicemente Bucci tout court. Il resto è storia, anzi leggenda. Nell'ottantaquattro il decimo scudetto, quello finora più memorabile, quello della stella, quello confezionato da Brunamonti e Van Breda Kolff dietro e poi da Villalta, Bonamico, Binelli e Rolle e da altri assi e tre di briscola. Ma l'anno dopo una serie inenarrabile di contrattempi si abbatte sulla Virtus neoscudettata e il rapporto fra Bucci e il Dux prima si incrina e poi irreversibilmente si sfilaccia. D'accordo, mica si può restare separati in casa quando è così facile dividersi. Bucci va a Verona e poi a Pesaro. Torna a vincere qualcosa e supponiamo che a Bologna un giorno o l'altro ci tornerà di sicuro, perché per esempio la Fortitudo una buona volta avrà pur soldi e filosofie vincenti. E invece Albertone torna in Virtus, perché il novello alfiere della V nera è Alfredo Cazzola, un uomo che da ragazzino giocava in cortile o giù di lì con Albertino, Alfredo Cazzola di un paio d'anni più giovane, ma targato Bolognina come il biondino. Com'è Alberto Bucci alle soglie dei cinquant’anni? E un coach molto speciale. Non gradisce circonfondersi, voglio dire che rifugge la ridicola prosopopea tanto cara a certi suoi colleghi. E un uomo che in squadra vuole uomini e che soprattutto adora parlare agli uomini. Non gli interessa fare il padre-padrone o il tiranno o il sergentaccio o cose di questo genere. Chiede stima e amicizia, esige un rapporto diretto e leale, vuole in squadra gente cristallina e parla chiaro a tutti coloro che gli vivono vicino. E buon cattolico, adora la famiglia (la moglie è romagnola di Rimini), ha un buon e meritato conto in banca e raramente esce dai gangheri anche se in campo è molto reattivo e spesso incazzereccio. Gli piace anche vestire un po' fuori dalle righe, leggi giacche fosforescenti e cravattone multiuso. Ha rapporti buonissimi e vivibilissimi con la stampa locale e di fuorivia, odia parlare sotto metafora, non rifiuta le responsabilità, dichiara di voler sempre vincere, ma porta anche avanti la cosiddetta cultura della sconfitta perché - afferma giustamente - guai a dimenticare che in campo ci stanno pure gli altri. È anche uno di quegli individui che sotto le feste di Natale ti incrociano e ti fanno mille auguri, a te e alla famiglia, e il contrasto stride con coloro che sono pulviscoli e credono di essere dei colossi ed è già tanto se ti salutano o ti allungano distrattamente la mano sinistra. Io Albertone Bucci lo voglio immortalare avvolto in una polvere di stella. Porellone era morso dalla tarantola, altri piangevano di gioia, Albertone disse: ringrazio chi ci ha voluto bene, chi ci ha lasciato lavorare e chi ha diviso con me questa splendida stagione. Albertino-Albertone è un coach fallibile come tanti. Ma se sbaglia, io faccio finta di non accorgermene perché con lui non si può e non si deve. E poi basta con quelle storie sulle sue disgrazie infantili. Per me Albertino-Albertone cammina veloce come il vento, anzi vola.

 


 

'MISTER BUCCI, FACCIA PURE IL PRESIDENTE'

La Virtus basket avrà, dalla sua assemblea del 29 gennaio, un nuovo presidente. Lo conoscono già tutti: sarà Alberto Bucci, che del club campione d' Italia è pure l' allenatore. Annunciato ieri, in conferenza stampa, dal proprietario Alfredo Cazzola, il caso è unico, nello sport italiano di vertice. Qualcosa di simile si può trovare solo nel supermarket della Nba, ai cui scaffali il patron della Buckler guarda spesso. Pat Riley, il più celebre dei coach americani, è allenatore, presidente e pure azionista (al 20%) dei Miami Heat: gode di uno stipendio miliardario e s' è attribuito pure 300 dollari al giorno di diaria. M.L. Carr, ex giocatore famoso per come sventolava l' asciugamano per incitare i compagni, ha percorso quest' anno la strada opposta: era presidente dei Boston Celtics, non trovava un coach che gli piacesse e alla fine in panchina ha sistemato se stesso. Cazzola deve aver pensato a queste storie quando ha proposto a Bucci di rilevarlo come presidente, restando lui proprietario della Virtus. Si sono accordati in pochi secondi. In realtà, poco o nulla cambierà al vertice della Buckler, almeno fino a che Cazzola non l'avrà venduta, come annunciò due settimane fa e come ha ribadito ieri, non negando però di poter proseguire, come i suoi atti rendono ormai trasparente. Cazzola-Bucci era già prima l'asse forte della Buckler, qualcosa di più d'un rapporto presidente-allenatore: in pratica, riassumevano l'intera società, che il proprietario teorizza "corta" (affiancata invece da una squadra "lunga"). La collaborazione è stretta, le frequentazioni familiari, tra le due ville a un tiro di schioppo, sull'altopiano di Sasso Marconi, poco fuori città. 46 anni Cazzola, 48 Bucci, stessa infanzia al quartiere popolare della Bolognina, stessi pomeriggi nei cortili del collegio dei Salesiani, i due s'erano persi di vista. Il patron, al Nord Europa, avviava le sue fortune, quando il coach già batteva il marciapiede del basket: Fortitudo, Rimini, Fabriano, Livorno, Verona, Pesaro e Virtus le squadre della sua carriera, ricca di 3 scudetti, tutti a Bologna, e altrettante Coppe Italia. Le battute sono scontate: Bucci tratterà con se stesso, allo specchio, contratti e premi, s'infliggerà richiami e multe. In realtà, il rinnovo biennale del contratto da allenatore gli era già stato garantito prima. La sua vita resterà di palestra. Consigli strategici sulla costruzione della squadra ne dava già. Le parole per dirlo, i due, le hanno scelte così. Cazzola: "Annuncio con orgoglio che Bucci è il nostro nuovo presidente. Gli ho sempre dato il massimo della fiducia, lui non si è mai tirato indietro". Bucci: "Ho accettato perché c'è Alfredo. Non cambia niente nel gruppo, lavoreremo alla stessa maniera. Andrò in Lega, posso dare un contributo guardando i problemi con un'ottica tecnica che là talvolta manca. Vorrei essere una voce per tutti i miei colleghi". Ma intanto, sempre ieri, Cazzola ha annunciato la sua nuova proposta a tutti i proprietari di club: contare di più e farsi rappresentare di meno. Ha spedito un fax per avere allo stesso tavolo, il 27 gennaio in un meeting in Lega ("la nostra piccola confindustria"), tutti i padroni dell'A1: "per decidere cosa vogliamo fare da grandi, in un basket avviato verso un totale professionismo". Cazzola nega di voler fare il manager di questa Superlega: è indubbio che vorrebbe trainarne le riforme.

 


 

La miglior propaganda alle sue gestioni tecniche (se mai ce ne fosse bisogno) è che, come è facilmente riscontrabile dalla lista di team allenati, non si è mai fermato in una piazza per una sola stagione: anche nella Fortitudo, nonostante il fatto che l'esperienza in serie A non fu come detto fortunata, ci aveva già trascorso parecchi anni lavorando nelle giovanili. E gli anni della seconda esperienza alla Virtus Bologna dovevano essere almeno 5: Alfredo Cazzola gli aveva infatti rinnovato il contratto sino al '98, consentendogli così di diventare, alla pari di Dan Peterson, il coach con più anni consecutivi sulla panchina della Virtus (nell'era moderna). Alberto fu invece licenziato a sorpresa all'inizio del '97, in un momento in effetti abbastanza buio della sua Virtus Kinder, venendo sostituito da Roberto Brunamonti: era il primo esonero in assoluto per Albertone. Con l'ex proprietario bianconero (di 2 anni più giovane) Bucci ha un rapporto più che fraterno: sono amiconi fin dai tempi dell'infanzia alla Bolognina, quartiere popolare del capoluogo emiliano. A quel tempo Alberto conviveva già con una forma di paralisi infantile per la quale fu operato in 3 distinte occasioni tra i 12 ed i 20 anni. Amiconi, dicevamo: non bisogna quindi stupirsi se da un tale rapporto è uscita la decisione-shock di nominare Alberto contestualmente presidente della Virtus Basket, decisione durata in verità meno di una stagione. Del resto, particolare ben poco noto, Cazzola già un anno prima dell'effettiva proposta aveva annunciato a Bucci che un giorno l'avrebbe fatto presidente. Lungi dal dare alla cosa il ben che minimo peso, Alberto aveva dimenticato quella che gli era sembrata niente di più che una battuta, una delle tante dell'amico Alfredo; probabilmente quelle parole gli sono poi tornate in mente qualche mese dopo...

tratto da www.ciao.it

 

Coach Bucci catechizza Podestà

 

è "passato di moda" molto velocemente: e non è giusto. L'amarezza degli ultimi giorni virtussini di Albertone non deve far dimenticare ciò che ha fatto per la società bianconera. E' stato (ed è ancora)uno dei nostri coach più amati e più stimati, primo allenatore-presidente della storia del basket nostrano, è stato a volte accusato dai propri (pochi) detrattori di "scegliere" sempre i propri uomini, contro il parere di tutti, presidenti compresi, nelle squadre in cui allena. A parte il fatto che questo non è comunque sempre stato vero (impossibile pensare che avere i soli "6 uomini 6" e nulla più con cui sfiorò lo scudetto a Livorno fosse una sua scelta...), bisogna comunque sottolineare come Alberto abbia spesso fatto scelte controcorrente, in cui tra l'altro alla fine i risultati lo hanno spesso premiato. A Pesaro rinunciò a Darren Daye, a Bologna si sussurra che anche dietro alla partenza di Sasha Danilovic verso l'Nba nel '95 ci fosse una sua preventiva e precisa scelta tecnica di rinuncia all'asso slavo, a Livorno gli venne scippato uno scudetto che aveva praticamente già vinto con uno straniero (David Wood) che giocava da sesto uomo, ha scelto ed ha difeso Joe Binion a Bologna, vincendo alla fine di quella stagione ('94/'95) il terzo scudetto consecutivo per le Vu nere, e soprattutto ha preferito per il futuro della società bolognese Alessandro Abbio piuttosto che trattenere Bonora. La vita facile, insomma, non gli si addice. Meglio così. Classe '48, ha esordito su una panca di serie A a soli 25 anni: fu nella stagione '73/'74, con la Fortitudo Bologna (sponsorizzata Alco), quando dovette sostituire Dido Guerrieri "reo" di aver scelto un americano quasi cieco come Gil Mc Gregor. Albertone era arrivato alla Fortitudo dopo aver allenato nella Pallavicini, un'altra società cittadina, ed in quella sua prima esperienza di serie A fu incredibilmente sfortunato: l'Alco retrocedette dopo essere stata costretta agli spareggi-salvezza da una sconfitta interna di 1 punto nell'ultima giornata contro la Max Mobili Pesaro con un canestro sulla sirena da... metà campo (!) di Paolo Rossi, futuro coach titolato della femminile e padre del Pierfilippo della Scavolini degli anni '90. Poi Bucci prese in mano Rimini (città che ama al punto che ai tempi in cui sedeva sulla panchina pesarese invece che prendere casa in città la scelse appunto a Rimini facendo la spola tutti i giorni): qui ottenne il ben difficilmente eguagliabile record di portarla in 4 anni dalla serie D alla A-2 raggiunta nel '78/'79; ha poi allenato a Fabriano (4 stagioni, con una promozione in A1), Bologna-Virtus (2 stagioni, con lo scudetto e la Coppa Italia entrambi al primo anno), Livorno-Libertas (4 anni, compreso il quasi-scudetto contro Milano), Verona (2 stagioni, con promozione in A1 e coppa Italia), Pesaro (2 anni, con un'altra Coppa Italia) e di nuovo Virtus Bologna, con la striscia dei 2 scudetti '94 e '95 (che si aggiunsero a quello precedente vinto con Ettore Messina in panca) e della Supercoppa '95. Ha quindi sino ad ora vinto 3 titoli, 3 coppe Italia (quella del '91, unico nella storia, con una squadra di A2) ed 1 Supercoppa Italiana, mentre non ha mai avuto fortuna in Europa.

tratto da www.ciao.it

 


 

IL PROFETA

di Maurizio Roveri – tratto da “Il Cammino verso la Stella”

 

Della “stella”, con Alberto Bucci, se ne parlò la prima volta un anno e mezzo fa. Si era in primavera, aprile 1983: Porelli presentò il suo nuovo coach. Quel 19 aprile dell'anno scorso si apriva una nuova era del prestigioso club virtussino. Bucci dimostrò immediatamente di saper entrare in sintonia con Porelli, voce di tuono, uomo d'azione, uomo dalle grandi certezze che in un recente passato si era scontrato col realismo pessimistico del professor Asa Nikolic e, prim'ancora, aveva mal sopportato certe titubanze di Zuccheri e di Terry Driscoll.

Bucci no, Bucci era d'un altro stampo rispetto ai suoi immediati predecessori. E Porelli, che voleva per la sua Virtus un allenatore che fosse un sottile psicologo e uno scoppio di mortaretti com'era il Dan Peterson prima versione, si compiacque della scelta fatta. Quel ragazzo ha stoffa, pensò l'avvocato. Non importa se è claudicante. Al diavolo l'immagine! La Virtus Basket ha bisogno di sostanza. E tredici mesi dopo quelle prime “riflessioni”, la Virtus targata-Granarolo è piombata come un falco sullo scudetto della stella.

Alberto Bucci profeta in Patria. Le sue radici sono nel quartiere Bolognina, umile e popoloso. Il campetto dei Salesiani è la sua prima palestra di vita e di basket. A quindici anni ha gli schemi e le zone miste nel sangue, legge i libri di John Wooden e Dean Smith, è un ragazzo impallinato di basket.

Lo ricordo urlante d'orgoglio e d'entusiasmo una sera di settembre del '69, era sulla panchina d'una squadretta di Promozione, si dimenava, si sbracciava, scattava in piedi, gridava, rimproverava, incitava, viveva e soffriva la partita e la sua partecipazione era così intensa che quella squadretta dopolavoristica fu sul punto di sconfiggere l'allora Zuccheri che si preparava per il campionato di serie D ed aveva ben altre risorse.

Bologna lo mandò in esilio nel 1975 e il grintoso Alberto, senza perdersi d'animo, realizzò i suoi capolavori di provincia, prima a Rimini e poi a Fabriano (quattro promozioni complessivamente). L'impresa realizzata guidando sul cammino della gloria la pattuglia della “V” nera consolida l'etichetta di Bucci coach vincente. E all'angolo fra via Matteotti e via Tiarini, dove Alberto ha un club virtussino di tifosi personali, già si preparava un'altra festa, quella per la Coppa dei Campioni.

 

 

ALBERTO BUCCI

di Dan Peterson

 

Qui si tratta di uno dei solo tre allenatori nella storia della Pallacanestro Italiana di portare tre diverse società in finale-scudetto. Valerio Bianchini l'ha fatto con Cantù (1981), Roma (1983), Pesaro (1988) e Fortitudo Bologna (1997). Carlo Recalcati l'ha fatto con Varese (1999), Fortitudo Bologna (2000) e Mens Sana Siena (2004). Alberto Bucci l'ha fatto con Virtus Bologna (1984, 1994, 1995), Libertas Livorno (1989) e Scavolini Pesaro (1992). In questi tre casi, si vede che la mano del coach vale sempre qualcosa. E non so quando questo record sarà, di nuovo, uguagliato.

Alberto Bucci è anche l'unico coach a vincere la Coppa Italia con tre squadre diverse: con Virtus Bologna (1984), con Scaligera Verona (1991) e con Scavolini Pesaro (1992). Quella di Verona è stata l'unica volta che una squadra di A-2 ha mai vinto quel trofeo. A parte Bucci, solo Valerio Bianchini, con Mens Sana Siena, nel 1993, è riuscito a portare una squadra di A-2 alle semi-finali della Coppa Italia. Poi, Alberto Bucci ha avuto tre promozioni: con BC Fabriano nel 1982; con Libertas Livorno nel 1986; e con la Scaligera Verona nel 1991. Qui abbiamo incatenato diversi capolavori unici nel loro genere.

Alberto Bucci era un allenatore di serie brevi. Cioè, Coppa Italia e Playoff. Il suo record globale in Coppa Italia è 59-25. Logico, qualche anno, si giocava più partite, non solo le tre nella Final Eight di adesso. Però, anche Bucci è stato 'penalizzato' dal fatto che non è stata tenuta la Coppa Italia per 9 anni, dal 1975 al 1983. Per capire quanto sono importanti 59 vittorie, basta sapere che Ettore Messina ha un record di 49-11, pur vincendo sei Coppe Italia, un record. Messina, ovvio, ha fatto la maggiore parte con la possibilità di vincere solo tre partite per vincere quella coppa. Comunque, un'altra impresa da Alberto Bucci.

Il mio ricordo delle squadre di Bucci era l'estrema praticità. Non mi ricordo nemmeno uno schema effettuato dalla squadra di Bucci, neanche uno. Ma mi ricordo che hanno giocato in una maniera semplice, non fissate su un binario solo, capace di 'leggere' la partita e adeguarsi alla situazione. La sua Virtus Bologna ha battuto la mia Olympia Milano nella finale scudetto del 1984 perché loro hanno tirato benissimo contro la nostra famosa 1-3-1. No, non hanno fatto schemi complicati. Invece, serenità e fiducia nel tiro quando si presentava. Una squadra non gioca serena se non c'è la mano dell'allenatore presente.

Alberto Bucci ha tentato anche qualche salvataggio. Cioè, ha risposto a qualche chiamata 'SOS', non per ultimo la Virtus Bologna nel 2003-04, mancando alla promozione in Serie A per un niente. In questo, Bucci ha dimostrato di sapere allenare con programmi a lunga scadenza, come la scalata impressionante a Livorno, dall'A-2 alla finale-scudetto. Ha fatto vedere anche di sapere sistemare le cose in poco tempo, come alla Scaligera Verona, promozione nel secondo anno. Non ha avuto grande fortuna in Europa ma in Italia, era un allenatore importantissimo, uno che sapeva arrivare in finale. Un pregio.

 


 

Bucci: Porelli in panchina, com’eravamo uniti - Amarcord bolognese
di Marco Martelli - La Repubblica - 06/06/2007


«Quell’espulsione di Meneghin, in garadue, noi avanti 1-0 e sopra nel punteggio, ci tolse la tensione che avevamo. Pensammo fosse finita, invece Boselli ci punì: Milano non aveva più nulla da perdere, così ci castigò e prese l’1-1 per giocarsi, qualche giorno dopo, lo scudetto in casa. Riprendersi non sembrò facile. E invece, il giorno dopo, ci trovammo in palestra subito».
«Nel gruppo, me compreso, vidi grandissima coscienza, sicurezza. Bonamico mi disse subito: Alberto, là vinciamo. E Villalta, alzando gli occhi al cielo e indicando il soffitto, mi disse: la vedi, lassù, quella stella? Era la stella del decimo scudetto, quella che volevamo. Renato, come Marco, era convinto di farcela. C’era grande convinzione: sapevamo l’avremmo giocata alla pari, giocavamo bene, eravamo preparati, avevamo trovato le chiavi per dar fastidio alla Simac. E una, là, l’avevamo già vinta"."Salimmo a Milano in giornata. Come la Virtus di oggi. Partimmo alla mattina, ricordo che pioveva. Ma il pullman era tranquillo, sereno. Sbagliammo anche la strada per l’albergo, e il gruppo scherzava, faceva casino. Non c’era tensione, e forse la chiave fu questa. Coscienza e tranquillità. La seconda, grazie all’avvocato Porelli"."Venne con noi in panchina, quella sera a San Siro. Voleva far sentire tutti sereni. Lui si interessava di tutto, si documentava, viveva la squadra. Ma non ha mai storto il naso davanti a quello che facevo. Ci furono incomprensioni, a gennaio, ma lì mi chiamò in ufficio e mi disse: stai tranquillo, tu rimani fino alla fine dell’anno. In più c’era il prof. Grandi, con noi: non era solo un preparatore, era l’uomo che stemperava le tensioni. E che faceva sentire la squadra unita, come un pugno"."Ho letto Brunamonti: è vero, quella finale fu un esame per tutti e due. Lui soprattutto, che patì il paragone con Caglieris: in questi casi Bologna è micidiale, e quando Charlie arrivò, giocando con Torino, fu un momento difficile. Nel basket d’oggi, senza cartellini, un Brunamonti avrebbe potuto chiedere di andarsene. Invece è stato forte. Super"."Insomma, giocammo sereni. Ricordo la gara di campionato: perdemmo, senza mai fare canestro, e in conferenza stampa dissi che la colpa era mia. Bonamico, letto il giornale, venne a dirmi che non era giusto. Per me lo era, in quel momento. "A Milano non perdiamo più", mi rispose. Fu così. In garatre eravamo pronti: nei playoff porti le certezze di un anno di lavoro, i cambiamenti non aiutano. E poi, sapete quand’è che si reagisce? Quando sei certo di aver giocato bene l’ultima gara, quella persa. Puoi sbagliare tiri, può scapparti la gara nel finale, puoi aver fatto errori. Ma se la preparazione è giusta, e il concetto di gioco è esatto, basta togliere quegli errori. Una casa costruita bene non cade. La nostra era solida. E la Stella arrivò". La racconta così, 23 anni dopo, Alberto Bucci.