A distanza di 20 anni, i ricordi, per quanto unici,
si fanno radi. Ci sono dei flash, più che altro.
Il più forte è quello prima di entrare in campo,
seduto sul cubo dei cambi. Tra la chiamata di Hill e la seduta sul
cubo, un vuoto senza ossigeno che cancella la memoria. Poi,
sul cubo, Bob che dice: "don't worry because
you are
great" ... se solo avessi avuto un po' di prontezza
e ironia avrei dovuto rispondere: "what?". ma non ebbi né
l'una né l'altra. Così
entrai, mi accorsi che dopo il secondo tiro libero di Generali tutti
corsero in attacco ed io rimasi solo a ricevere la rimessa.
Feci l'unica cosa che potevo fare: palleggiare
sperando di non perdere palla e superare la metà campo. Ci
riuscii, nonostante uno zelante e professionalissimo
Kyle Macy che, al 39',
a partita finita, aveva ancora voglia di difendere su di un cinno che era
entrato per far fare l'applauso a
Brunamonti. Poi la
passai a Sugar.
Quel disgraziato tirò da 8 metri con due uomini
addosso. Il suo ed il mio. Mi
voleva bene Sugar,
chissà perché non mi passò la palla per tentare di
andare a referto? Boh. Quando
mi capitava di marcarlo in allenamento lui, ogni tanto, faceva un
movimento per smarcarsi che mai più nessuno è riuscito a fare per
liberarsi della mia difesa: mi alzava di peso e mi accompagnava fuori dal
campo, poi rideva. Che grande Sugar!
Mi è capitato di rivederlo a distanza di anni in un
locale bolognese che è andato di moda per troppo poco tempo, il
Mellow Yellow, di
Pierone Casanova e della
Pannocchia. Nonostante il lasso di tempo, mi
riconobbe e mi fece una gran festa.
Un altro flash è quello dell'ospedale.
Una maledetta appendicite acuta mi costrinse sul
letto d'ospedale dopo neanche una settimana dall'esordio.
Al ritorno dalla sala operatoria la prima visita fu di Bob Hill,
accompagnato dalla moglie. Un vero flash.
Potevo aspettarmi di vedere Ettore
o qualche altro allenatore delle giovanili e invece comparve lui.
Gran signore.
Un ricordo nitido, invece, è quello del mio
professore di chimica, abbonato virtus, prima fila del parterre.
Durante il riscaldamento pretendeva che andassi a
salutarlo. Un pazzo, ignorava cosa mi avrebbe
atteso negli spogliatoi se solo mi fossi azzardato ad avvicinarmi alla
balaustra come un navigato campione.
Così come ricordo nitidamente la cena post partita
nel ristorante di Brunamonti
e, soprattutto, il brindisi che
Dan Peterson propose per
me. Non lo potrò mai scordare. C'è
un particolare, infatti, che me lo impedisce. Quando
il piccolo grande uomo avvicinò il suo calice al mio, ed io ovviamente il
mio al suo, mi accorsi che la mia mano era ad un cm di distanza dalla
candela. Dell'ustione di terzo grado, tuttavia, me
ne resi conto solo a casa e pensai che così doveva essere per farmi capire
che tutto era vero.