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Roberto Brunamonti

nato a: Spoleto

il: 14/04/59

altezza: 191

ruolo: playmaker

numero di maglia: 4

 

Stagioni alla Virtus: 1982/83 - 1983/84 - 1984/85 - 1985/86 - 1986/87 - 1987/88 - 1988/89 - 1989/90 - 1990/91 - 1991/92 - 1992/93 - 1993/94 - 1994/95 - 1995/96

 

statistiche individuali

 

palmares individuale in Virtus: 4 scudetti, 3 Coppe Italia, 1 Coppa delle Coppe, 1 SuperCoppa e 1 Coppa Italia come allenatore

 

biografia su wikipedia

 

 

L’ETERNO FANCIULLO PER BENE

Di Gianfranco Civolani – Superbasket – 16/10/1986

 

Nel momento in cui scrivo, a Brunamonti manca una virgola per toccare quota quattromila, e dunque chiaramente quando voi mi leggerete Brunamonti avrà coronato eccetera.

Cosa sono quattromila punti? Sono più di tremila e meno di cinquemila, se proprio vogliamo andare a scoprire qualcosa sotto le pieghe. Ma sono sicuramente tanti punti realizzati: da un giocatore che chissà quali e quanti traguardi potrà ancora centrare. Roby Brunamonti: se fosse per lui, sai che goduria per il cosiddetto giornalismo pettegolo. Roby è inossidabile anche nel suo perfettissimo aplomb. Mai una valutazione appena un po' storta sul conto di un collega, mai un accenno di polemica, mai un barlume di casotto, mai una frase fuori posto, mai un'opportunità per montarci sopra qualcosa di non troppo limpido. Un gran bravo figliolo, un ragazzo perbene, questa la prima cosa che ognuno di noi può dire e scrivere. E pazienza se l'uomo per sua indole e scelta è decisamente un antipersonaggio. Pazienza se non lo vediamo mai bivaccare da qualche parte, pazienza se ogni coach lo cita come l'uomo ideale oggi, domani e dopodomani, e pazienza se in questa benedetta Virtus i tipi come Brunamonti sono davvero parecchi, ragion per cui andiamo a scuotere gli alberelli di Gamba e del duce, se proprio vogliamo uscire qualche volta dalla solita routine. Del Brunamonti in pantofole si sa poco o niente. Un tipo acqua e sapone, campo e famiglia, meglio per lui. E allora tanto vale cercare di aggiungere qualcosa all'idilliaco e bucolico quadro nel quale il giocatore si muove e si riconosce.

Brunamonti che non è un play, qualcuno continua a dire. E qui io francamente mi domando come si possano impunemente sparare sentenze così a capocchia E poi io vorrei pure sapere qual è il metro per giudicare attendibilmente in che misura un esterno-dietro è play o non lo è. Perché ci sono particolari che non balzano all'occhio. E allora diciamo che quando un giocatore in qualche modo gioca play, solo il suo coach è in grado di sapere fino a che punto quello stesso giocatore è un play affidabile o no. Perché uno che voglia essere play, con annessi e connessi, deve saper servire gli assists, ma certo, e però deve soprattutto saper chiamare i giochi e tenere in pugno la squadra nei momenti decisivi e solo il coach - ripeto - può sapere se il cosiddetto play è in grado di onorare degnamente il ruolo. A occhio, mi pare che Brunamonti sia un campione che sta ancora felicemente lievitando e che altrettanto felicemente può giostrare come play e come guardia. E se il play per eccellenza è D'Antoni oppure Caglieris o anche - per dire - Fischetto, bene, Roby ha qualcosa di più e di meno, Roby ha dalla sua tutto per diventare sempre più grande e dico l'età, la velocità, l'eleganza, la penetrazione, il tiro e una vivezza atletica che ti garantisce fin d'ora altri cinque anni di belle baldorie. Il duce ogni tanto azzecca colpi da maestro. Il duce ha azzeccato Bertolotti, Villalta e Brunamonti; il duce fu il primo (se non l'unico) a profetizzare orizzonti di gloria per Gigione Serafini; il duce è un tipo che spesso addosso se qualche volta (faccio un esempio: Ragazzi o anche Valenti) il duce si lascia un po' le penne.

Il duce - dicevo - ha sempre proclamato che Brunamonti si sarebbe rivelato per la Virtus e per il basket italiano un autentico tesoro. E in effetti all'età di ventisette anni Roby è tuttora proiettato verso vette per altri decisamente irraggiungibili. E io mi sto rendendo conto di riempire questo articolo di grandi banalità. Ma cosa posso raccontare di diverso su un campione che ti offre in ogni circostanza la faccia migliore di sé medesimo e cosa posso raccontare di diverso su un campione che ha la sua faccia migliore solo percorsa da cose belle e gloriose? Brunamonti-story, come non detto. La storia di un ragazzo che cresce bene e che nella piazza giusta si consacra gran giocatore dopo aver già fatto abbondantemente la sua parte anche quando stava un po' più in provincia diciamo Rieti. Roberto Brunamonti ti squaderna già centocinquanta gettoni azzurri, uno scudetto, una coppa Korac (non con la Virtus, giammai!) e soprattutto ti squaderna la sua inesausta vitalità e la sua commendevolissima voglia di fare sempre meglio. Roberto Brunamonti, amici cari, semplicemente questo qui. Così banale nella sua grandezza. Lo vorreste, lo vorremmo diverso? Ma no, va stupendamente bene così com'è.

 


 

BRUNAMONTI IL VECCHIO PUò SERVIRE ALLA NAZIONALE

Ufficialmente, negano entrambi d’averne parlato. Del resto, cos’avrebbero mai da dirsi, Ettore Messina e Roberto Brunamonti, qualora servisse proprio precettare il vecchio capitano, nella piccola Italia del basket? Hanno la stessa età, i 36 del ct sono gli stessi del playmaker (ad aprile). Hanno lavorato insieme dieci anni, alla Virtus Bologna. S’incrociano spesso, in città: non solo al palasport, anche a tavola, perchè le tagliatelle ai suoi ospiti del basket Messina le offre da "Benso", il ristorante di Brunamonti, nei vicoli del centro. Ma sì, è ormai chiaro come il sole che, al di là delle prassi diplomatiche, Messina vorrà Brunamonti nella nazionale degli Europei di Atene. Perché ci pensava già da un po’. E perché, quando s’è rotto il ginocchio Bonora, il giovane regista titolare, non ha più pensato ad altro. "Puntavo parecchio su Bonora: ultimamente era il nostro play numero 1. Brunamonti? Perdurando l’attuale stato di forma, non se ne può non parlare. Vedremo più avanti, ma è chiaro che, dietro i titolari, c’è un gradino alto per arrivare ai Calbini e coetanei, soprattutto in un torneo come quello ateniese: un ambiente difficile, che richiederà credibilità internazionale". Insomma, Brunamonti non è più un giovanotto, andrà da terzo regista per 10-15 minuti di qualità; ma è una madonna del basket mondiale, temuto e rispettato da amici e nemici. In più, sta giocando bene. E anche stasera, per sbancare Barcellona e riprendere strada nell’Euroclub, dopo la sbandata col Cibona, la Buckler chiederà aiuto alla sua antica, consumata esperienza. Lui minimizza, non ne sa niente. "Leggo, come tutti. Ma posso solo vivere alla giornata. Ho 36 anni, ho davanti 4 mesi a due partite a settimana: quelle più dure, per il campionato e l’Euroclub. Chissà come staremo a giugno, tutti quanti". L’anno scorso fiorì a primavera: lo scudetto della Buckler furono i punti martellati da Danilovic, ma pure il play-off ispirato e intensissimo di Brunamonti. Quest’anno, la varicella e le cattive condizioni di forma di Coldebella, il titolare della Buckler, che ritaglia per il capitano il ruolo di sontuosa riserva, hanno cambiato le esigenze: serviva prima, la spinta di Brunamonti, e lui sta dando tantissimo. L’ultimo quiz è capire quanto durerà. Così, se lo diranno a fine stagione, i due coetanei, se è il caso di riprovare o no. Se servirà a Messina averlo come terzo play, dietro Gentile e Coldebella, qualcosa di più del capitano non giocatore: carisma dentro una squadra giovane e tenera, 10-15 minuti di magistero in campo. E se piacerà a Brunamonti dare un calcio all’età, alla famiglia, alle vacanze e riaprire una porta che pareva chiusa su un’epoca: l’addio azzurro fu il 5 luglio ‘92 a Saragozza, quando finì anche l’Italia di Gamba, spazzata via dal torneo preolimpico. C’era anche allora, Brunamonti, fragile come tutti, ci sarà di nuovo, due braccia in più per uno sport che ha bisogno di tutti, non avendo né santi né eroi. Ritiratosi Meneghin, Brunamonti è rimasto quello che più gli somiglia: un’icona non solo ornata dei tre scudetti di Bologna, di 255 maglie azzurre, dell’oro europeo di Nantes e dell’argento olimpico di Mosca, ma pure di un’anima, in uno sport che ha ricambi avari di assi, e anche di facce e di cuori.

 

 

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BRUNAMONTI IL PRECOCE

di Andrea Tosi - La Gazzetta dello Sport - 24/03/1997

 

Non è difficile immaginarsi Roberto Brunamonti, il mito vivente delle V nere, sollevare un trofeo. Lo ha fatto tante volte nella sua ventennale e memorabile carriera di giocatore e capitano. Più difficile immaginare, solo pochi giorni fa, che potesse mettere nel suo palmares un titolo da allenatore di fresca e tormentata nomima. Dopo un inizio da fare tremare i polsi, col ruolino di 1-4 che è costato alla Kinder, non per colpa sua, l'uscita dall'Europa e la caduta al terzo posto alla fine della stagione regolare, Roby ha compiuto l'impresa di ribaltare i pronostici nella final-four di Casalecchio insieme al brutto trend della sua squadra conducendola alla conquista della coppa Italia, alla sua settima presenza in panchina. è la conferma che vincenti si nasce e magari allenatori si diventa. Brunamonti sembra un predestinato anche con lavagna e libretto degli schemi. "Non posso dire adesso se sia più bello vincere da giocatore o da allenatore - argomenta -. Nel primo caso posso parlare con cognizione di causa ma nel secondo no perché non mi sento ancora un vero coach. è da poco che sto imparando e tutto è successo troppo velocemente. Questa vittoria, ribadisco, non mi appartiene. Ha fatto tutto la squadra. è ai ragazzi, per quello che hanno passato in questi mesi molto duri, che va il mio grazie. E non lo dico per modestia. Peraltro questa Coppa me la voglio godere tutta fino al prossimo impegno". Non è facile smuovere Brunamonti, farlo sognare in grande. Non ha mai gonfiato il petto quando stravinceva scudetti, figuratevi adesso che mette pure le mani avanti per il suo futuro di coach. "Volete sapere se ci sto prendendo gusto? La risposta è quella che diedi al momento dell'investitura: sono qui per condurre a termine questa stagione nel miglior modo possibile. Ho accettato l'incarico in un momento delicatissimo perché mi sento legato alla Virtus, devo tanto a questa società. Il mio obiettivo adesso non è guardare all'anno prossimo ma dare alla squadra il mio massimo ed esserne ricambiato. La Coppa è un traguardo importante, ce la teniamo stretta, però il campionato ha un altro valore. La nostra scommessa viene ora, dobbiamo tuffarci nei play-off sfruttando l'onda emotiva della Coppa come Milano l'anno passato". è un Brunamonti sereno che ci parla al telefono dalla sua casa di Spoleto dove si è rifugiato due giorni per staccare la spina. Preparerà i play-off portando la squadra in ritiro sull'appennino, a Porretta Terme, aria buona per riossigenarsi e acqua buona per aggiustare il fegato che adesso è meno intossicato. "Mica vogliamo passare le acque - sorride Roby -, andiamo via qualche giorno per stare più insieme. Non so se ci seguirà anche Komazec. Domani (oggi, ndr) Arijan deve sostenere un esame di risonanza magnetica alla caviglia dolente. Su questo argomento mi sono già espresso e sapete bene come la penso. Da parte mia, dei compagni e della società non c'è nessuna preclusione al suo rientro in squadra. Mi sembrava giusto, guardando al successo in Coppa, che si parlasse più dei protagonisti in campo. La Virtus ha dato una risposta importante in termini di coesione e di orgoglio. Io non ho apportato niente di speciale. Magnifico usato come ala piccola è un accorgimento naturale perché Walter è un grande giocatore e sa adeguarsi bene. Ho fiducia nei tre play, ognuno ha una prerogativa diversa utile per la squadra. Prelevic sta ritrovandosi, Savic sta stringendo i denti. Questi segnali mi confortano per i play-off".

 


 

ROBERTO BRUNAMONTI

di Gianfranco Civolani - tratto da "Euro Virtus"

 

C'è un solo Brunamonti. Vero verissimo. Io ho conosciuto grandi talenti e divi dello sport bizzosissimi come Maradona, Platini, Dado Lombardi, Bob Vieri (papà di Christian), Domenico Marocchino e via andare. E ho conosciuto grandi personaggi anche molto esemplari, dico Villalta e Bonamico e potrei citarne ancora. Ma c'era e c'è un solo Brunamonti, un tipo che forse non ha mai avuto la consapevolezza della grandezza che sapeva sprigionare da quel che gli aveva dato il cielo.

Ricordo cento interviste e mai una frase fuori ordinanza o fuori posto, ricordo comportamenti in gare e fuori davvero impeccabili e ricordo quella magica e struggente prima serata al Paladozza quando gli fecero l'omaggio di fine carriera e tanti di noi cercavano di nascondere una più o meno furtiva lacrima.

Roberto Brunamonti in Virtus ha vinto quattro scudetti, una Coppa delle Coppe e quattro Coppe Italia. E ha detto signorsì a Cazzola quando si è trattato per un attimo di sostituire Alberto Bucci magari portando a casa la Coppitalia numero cinque. Ma Brunamonti ha vinto anche un pezzetto di questa Coppacampioni perché la Virtus europea l'hanno costruita lui e Cazzola e Messina insieme, più Cazzola di Messina o più Brunamonti di Cazzola, ma chi se ne frega delle graduatorie in virgola.

Io non so per quanto tempo ancora Brunamonti viaggerà con la giacchetta regimental della Vu nera addosso. Roby del resto ha la Vu nera cucita sulla pelle. E ha una bella e gratificante famiglia e un ristorante per guadagnare tre lire e per far star bene gli amici e un cuore grande grande che si manifesta ogniqualvolta c'è da far sorridere chi dalla vita ha avuto di meno.

La Virtus del duemila avrà in plancia - mi auguro - Cazzola e sempre Brunamonti che è uomo-Virtus nel midollo e che - più o meno in linea con Renatone Villalta - è stato il più forte italiano della Virtus di sempre.

C'è un solo Brunamonti che di nome si chiama Roby. Le stigmate dei campioni. Roby come chi? Come Baggio Baggino, l'avevate notato?

 


 

C'è solo un Brunamonti...

S. M. Righi - Bianconero anno 4, n. 3 - 24/02/2000

 

Roberto Brunamonti, 41 anni il 14 aprile, una vita tra i panieri. Specialmente quelli bianconeri. La Virtus ha appena giocato conto Varese, chissà quanti ricordi.

A dire la verità quando io giocavo nella Virtus la grande Varese era un po’ in calo, prima invece Ignis e Mobilgirgi si giocavano sempre scudetto e coppa. Alla fine degli anni ‘70 e poi in quelli '80 invece la situazione era un po' cambiata, Varese poi è anche retrocessa in A2. Anche quando le ho vissute in prima persona erano classicissime del basket, sfide ormai storiche, ma l'interesse sempre valido non era per la posta in palio. Poi ultimamente Varese è tornata competitiva ai massimi livelli, come ha dimostrato l'anno scorso.

La sua Virtus insomma era troppo più forte dei nipotini di Meneghin. Però Masnago era sempre Masnago.

Ah, sicuramente, come il Palalido di Milano o il PalaDozza. Per un giocatore erano e restano i palcoscenici più importanti. Hanno fatto la storia del basket e mi ricordo che ad entrarci dentro c'era un 'emozione particolare. E quindi un motivo in più per giocare bene. Direi che si potrebbe fare dei paragoni con i teatri per capire meglio, e se il Palalido era la Scala, il PalaDozza era il Regio, Masnago il San Carlo. Fino a quando ho smesso, garantisco che a giocarci dentro ho sempre provato sensazioni uniche. E ci tenevo in modo particolare a vincere.

Un giocatore di Varese su tutti...

Quando hanno comprato Meo Sacchetti da Torino io e lui abbiamo cominciato una specie di sfida nella sfida, perché lo avevo conosciuto in Nazionale e da lì si è saldata un'amicizia vera e sincera che è andata avanti una decina d'anni.

Varese-Milano-Cantù: mai desiderato di cercare gloria nel triangolo lombardo?

Ho sempre avuto un grandissimo rispetto per quelle squadre che hanno fatto la storia del basket italiano, ma personalmente la Virtus e piazza Azzarita, per me che venivo da una squadra di provincia, sono sempre state la massima aspirazione e il meglio dove potermi esprimere. Le lombarde dettavano legge, ma per me sopra a tutto c'era Bologna.

Beh, qualche soddisfazione se l'è presa, poi...

Poter raggiungere l’obiettivo di giocare con la Virtus è stato assolutamente fondamentale per me, ma sapevamo tutti benissimo che se volevamo vincere qualcosa dovevamo fare i conti con loro. Col cosiddetto triangolo lombardo.

Adesso invece tocca a Basket City.

Sì, ma francamente mi sembra strano che per questo motivo si debba parlare di morte del basket. In fondo negli anni '70 si giocavano tutto nell'arco di settanta chilometri, tra Milano, Cantù e Varese, e all'epoca nessuno ha parlato di fine del movimento. Adesso invece penso faccia un po' moda dire che Bologna ammazza tutti. Non è così, però, così come non lo era all'epoca del dominio della Lombardia.

Un Pozzecco del passato?

E uno dei migliori nel suo ruolo, penso sia unico per il suo modo di concepire il basket. Se vado indietro nei miei 20 anni da giocatore e nei 5 da dirigente non mi vengono in mente altri giocatori cosi, con mezzi fisici ed altezza normali. L'unico accostamento, dal punto di vista morfologico, mi viene in mente con Charly Caglieris.

Mai desiderato la Nba?

No, non ho mai avuto questo sogno, anche se da sempre mi piace vederla da spettatore, perché ho giocato in una squadra che era un punto d'arrivo, cosi come la Nazionale. E poi ho giocato dove e come il mio fisico me lo permetteva.

Si parla di spettacolo, della tendenza a farlo di certe squadre come lo Zalgiris e Varese dello scorso anno.

Non credo si possa parlare di regole generali, credo sia piuttosto questione di come una squadra affronta un momento decisivo della stagione. E successo che Varese e Zalgiris lo facessero in un certo modo, ma anche che Limoges l'abbia fatto in un altro. Da dirigente mi farebbe piacere che le partite finissero 100-98, ma mi va bene lo stesso anche un 60-58. Non credo alle regole e alle tendenze.

I 24" però potrebbero cambiare molte cose.

E lo faranno, perché questa nuova regola per l'attacco potrà anche cambiare il volto di una partita. Penso che ci sarà un forte impatto, anche perché 6" in meno possono sembrare pochi, specialmente perché all'inizio tutti avranno in testa i 30" ma poi ci si abituerà. E successo lo stesso col tiro da 3, sembrava tanto lontano e poi invece abbiamo visto che non lo è.

Varese vuol dire Pozz e Menegnin: potendo scegliere, chi avrebbe preferito al suo fianco?

Poz è unico, Meneghin un campione, il migliore italiano nel suo ruolo. Però se devo fare un nome dico Sasha Danilovic.

 

 

Il Capitano

di Emilio Marrese

 

Alla Virtus arrivò nell'83 dopo aver già vinto una coppa Korac nell'80 a Rieti, la città che lo ha dato al basket, e un oro agli europei di Nantes con la nazionale. Al primo colpo conquistò lo scudetto della stella con Alberto Bucci, al quale è sempre rimasto fortemente legato.

Di questo spoletino schivo e modesto fino al nichilismo tutta l'Italia ha sempre rispettato e applaudito il modo di essere campione: corretto, serio, umile, mai sbruffone, mai odioso. Partita dopo partita, alla sua figura è stato riconosciuto un valore quasi istituzionale per la pallacanestro, come quei pochi grandi uomini politici nelle cui doti umane s'identifica tutto il Parlamento superando barriere di idee e di colore. Ma in campo Roberto non ha mai fatto il monumento di se stesso, guadagnandosi il rispetto di amici e nemici sempre e solo per quello che poteva fare con il prossimo pallone, e mai per quei milioni di palloni già giocati. Non ha mai vissuto di rendita, non s'è mai fatto portare in processione.

La sua parabola bianconera è stata un arcobaleno dolce e luminoso. Nel suo interminabile autunno ha scrollato sul parquet, come foglie d'antica quercia, canestri importanti, momenti di basket decisivi e mai anonimi. E sempre stata una presenza e mai un illustre comparsa, come quei grandi attori a fine carriera.

Così come sono spariti pian piano i suoi riccioloni, le armi tecniche, quelle che nei suoi primi anni virtussini erano il ritmo e le entrate a canestro, col passare delle stagioni sono diventate l'esperienza, il tiro da fuori, il passaggio, il saper fare la cosa giusta al momento giusto. Ma il Capitano non s'è limitato mai a dispensare saggezza spray: al contrario di quanto si potrebbe immaginare, gara dopo gara il suo basket è diventato anche più aggressivo, rabbioso, grintoso, quasi cattivo, sempre in senso sportivo. Difesa, palloni recuperati, mischie a muso duro. La sua irruzione in partita era un segnale, uno squillo, per i suoi e per gli avversari. L'orgoglio lo ha reso sempre più combattivo, come se volesse dimostrare in ogni azione di essere ancora un soldato da battaglia e non un generale stratega, magari un po' rimbambito. Questo spirito di sacrificio e di abnegazione ne ha fatto un esempio straordinario: non ha mai accettato le celebrazioni e fino all'ultimo si sentiva arrostire in panchina, quando capitava che per lui non ci fosse abbastanza partita da sfamarsi.

A forza di ripetere che tanto di occasioni così ne avrebbe avute ancora poche, che tanto di partite così ne avrebbe giocate ancora poche, negli ultimi anni di carriera non ha fatto che accumulare scudetti, play-off e derby uno sull'altro. Sempre animato da questa forza micidiale, quella di giocare ogni pallone come se fosse l'ultimo della sua vita, ha continuato a stupire partita dopo partita, con quel suo modo di giocare angosciante ed esaltante insieme, come una tragedia lirica: come se ad ogni scatto dovesse esalare l'ultimo respiro, come se su ogni palla recuperata in tuffo dovesse sbriciolarsi sul parquet una volta per tutte, accasciarsi sul campo di battaglia e raccogliere l'ultima grande ovazione mentre cala il sipario. "Sembra il miracolo di San Gennaro - disse una volta Valerio Bianchini con sarcastica ammirazione -: ogni volta si scioglie il sangue, ogni volta si rinnova puntualmente il prodigio". Poi usò un'altra immagine, di altrettanta irriverente efficacia: "Roberto sembra la Mimì della Boheme quando protende la gelida manina su ogni pallone". Prendendolo.

Se c'è un rammarico col quale dovrà lasciare, è quello di non aver vinto abbastanza in campo internazionale, in rapporto alla sua grandezza tecnica: solo una Coppa delle Coppe con la Virtus nel '90. Medaglie azzurre nel cassetto ne ha diverse, ma sono poche rispetto a quelle che avrebbe voluto conquistare da leader: dopo l'argento alle Olimpiadi di Mosca '80, l'oro agli europei francesi dell'83 e il bronzo agli europei di Stoccarda dell'85, ha vinto come regista titolare un argento continentale a Roma nel '91. Soddisfazioni ne ha avute, meno di quelle che avrebbe meritato e voluto: negli anni migliori non era lui il primo play (finiti Caglieris e Marzorati, dovette subire l'inutile convocazione di D'Antoni come oriundo); quando finalmente ha avuto la cattedra lui, l'Italia era entrata in profonda crisi generazionale di talenti. Pur giocando ben 255 partite, la sua carriera azzurra è stata infida: prima era troppo presto, poi troppo tardi. Così decide di lasciare spazio ai giovani e di abbandonare, nonostante i tentativi di richiamano come un Franco Baresi dei canestri. Pazienza. Non per questo noi ci sentiremo meno fortunati per averlo visto giocare e soprattutto per aver l'onore di raccontarlo.

 


 

è stato uno dei giocatori italiani più rappresentativi di tutti i tempi (e per questo scelto anche per la pubblicità televisiva, anche se pochi se ne ricordano). Il "capitano", nato nel '59 a Spoleto (PG), 1.91 di altezza, stava per diventare un campione di tennis quando, non ancora 14enne, un brutto incidente al ginocchio gli rovinò la carriera: aprendone però un'altra, quella, appunto, di cestista. Dopo nemmeno 2 anni passati con in mano la palla a spicchi Robby disputava già le finali nazionali juniores, facendosi notare anche in una squadra (Rieti) in cui già svettava un altro futuro campione, Domenico Zampolini: e infatti già l'anno successivo, quand'era solamente 17enne, Brunamonti debuttò in serie A nella Brina (era il campionato 1975/'76) grazie all'indimenticato coach Elio Pentassuglia che pose come prima pietra del suo progetto su Rieti il lancio del giovanissimo Roberto. Rimase nel Lazio per 7 anni vincendo una coppa Korac nell'80, fino a quando nell'82 passò alla Sinudyne Virtus Bologna per 1 miliardo; questa cifra al tempo fece davvero sensazione ("come il grattacielo Pirelli" disse all'epoca il presidente virtussino, Porelli) anche se ora sembra quasi ridicola in proporzione a ciò che Brunamonti (a quel tempo solo 23enne) ha dato alla Virtus nei suoi 14 anni bianconeri, che uniti ai 7 anni a Rieti danno la notevole somma di 21 stagioni di serie A (669 presenze con 7.924 punti) condite da 4 scudetti ('84, '93, '94, '95), 3 coppe Italia ('84, '89, '90), 1 Supercoppa ('95), 1 coppa delle Coppe ('90) oltre alla suddetta Korac dell'80 con Rieti, trofei ai quali vanno aggiunti quelli raggranellati in tanti anni di Nazionale (256 gli incontri da lui giocati, terzo assoluto dopo Marzorati e Meneghin), vale a dire l'oro europeo di Nantes dell'83, l'argento olimpico di Mosca dell'80, l'argento europeo di Roma del '91 ed il bronzo europeo di Stoccarda dell'85. A tutto questo bisogna aggiungere 2 finali del Mc Donald's Open, una a Monaco contro i Phoenix Suns ed una a Londra contro gli Houston Rockets. Per il suo passaggio in bianconero la trattativa fu lunga e travagliata: la Virtus dovette battagliare non poco con la Scavolini Pesaro, senza contare che l'allora Sebastiani Rieti, senza evidentemente pronosticare a Roberto un grande mercato, aveva già incautamente concesso una specie di prelazione addirittura alla... Mecap Vigevano (!). Immaginate come avrebbe potuto essere diversa la carriera di Brunamonti se quella prelazione fosse stata rispettata facendogli quindi disputare campionati di rincalzo...

 

Ha allenato per un breve periodo la Virtus vincendo una Coppa Italia nel 1997, poi è passato ai ruoli dirigenziali prima proprio a Bologna e poi alla Virtus Roma.

tratto da www.ciao.it

 

 

Dopo i 14 anni in campo per la Virtus (al termine dei quali la società ritirò il suo numero 4 ed il nostro ricevette addirittura una lettera dal sindaco di Bologna), Brunamonti rimase in bianconero divenendo nel '96 dirigente con molteplici incarichi, dai rapporti con Fip, Fiba e sponsors allo sviluppo dell'attività giovanile; dopo soli 6 mesi passati in questa veste divenne invece a sorpresa il nuovo allenatore dell'allora Kinder, in sostituzione del licenziato Alberto Bucci, e dopo sole 7 partite da coach vinse già il suo primo trofeo, la coppa Italia '97. Ha chiuso la carriera sportiva come leader assoluto del campionato italiano per gli assist (1.332), secondo sia nei recuperi (dietro Mike D'Antoni, con 1.276) che nei minuti giocati (dietro Antonello Riva, con 18.169), inoltre sesto nelle partite giocate e quattordicesimo nei marcatori di tutti i tempi, lasciando il ricordo indelebile di un grande campione, in campo come fuori del rettangolo di legno: pensate che quando Sasha Danilovic arrivò alla Virtus confessò a Brunamonti che "1 dei 3 motivi che mi hanno spinto a Bologna è stato il fatto di poter giocare con te". In barba comunque ai succitati super trattamenti economici (c'è ad esempio sempre stata una clausola nel suo contratto, concordata con la società virtussina, per la quale nessun giocatore italiano ha mai potuto percepire un ingaggio superiore al suo, ed ha avuto al fianco gente come Moretti, Coldebella, Morandotti, Binelli, Carera...), "Bruna" è saldamente rimasto con i piedi per terra: non è mai stato difficile vederlo nel proprio ristorante bolognese ("Benso") servire ai tavoli come un qualunque umile cameriere... Inoltre è rimasto legatissimo alle proprie origini: quando nel '96 uscì il libro a lui dedicato scritto dal giornalista bolognese Roberto Gotta, Brunamonti destinò i suoi introiti per dotare di un "pallone" coperto quello sperduto campetto da basket di Spoleto, nel centro giovanile Sacro Cuore, dove 30 anni prima aveva tirato per le prime volte un pallone dentro la retina. In tema poi di umiltà Brunamonti non è secondo a nessuno: quando gli si propose la realizzazione del suddetto libro, ebbe a dire "Un libro su di me? Ma io chi sono? Non ho mica inventato la penicillina...". Ottimo padre di famiglia, Roberto ha allevato con la moglie Carla il prode Matteo, già ottimo giocatore di basket (classe '85), Giulia, già primattrice del Coro dell'Antoniano, e la piccola Caterina, classe '95.

tratto da www.ciao.it

 


 

IL FOSFORO

di Dario Colombo - tratto da "Il cammino verso lastella

 

(...)

Tant'è che, partito Caglieris per Torino, anche lo scudetto parte per altre destinazioni: prima Cantù (dove c'è Marzorati), poi Milano (dovec'è D'Antoni), poi Roma (dove c'è Wright). Non ci vuol molto, a Porelli. per capire la lezione: ed in giro, con queste caratteristiche, ce n'è soltanto uno, si chiama Brunamonti e finisce ovviamente a Bologna. Brunamonti è di Spoleto, ma l'anagrafe del basket dice che è nato a Rieti, dove per anni ha rifornito di buoni palloni alcune tra le più belle coppie di americani mai venute in Italia. Non ha mai giocato per traguardi importanti, è vero: ma è altrettanto vero che da anni è il numero due della Nazionale e, insomma, il gioco vale senz'altro la candela. Non riesce subito, a Brunamonti, il colpo di riportare lo scudetto a Bologna, così com'era riuscito a Caglieris: ma i tempi sono cambiati e il cervello va bene ma c'è un limite anche alla creatività. A Brunamonti, però, l'anno serve per capire che i tempi di Rieti sono finiti, che quando si gioca per lo scudetto quel che conta è la sostanza più chela forma. La lezione dà i suoi frutti l'anno successivo, quando a Bologna approdano Bucci e Van Breda Kolff, due che in quanto a sostanza non hanno niente da invidiare a nessuno. E finisce che Brunamonti gioca forse la più bella partita della sua vita proprio nella finale di Milano contro la Simac, andando a prendersi fuori casa il primo scudetto della sua carriera e proprio contro il maestro D'Antoni. Guarda caso, aveva fatto la stessa cosa Caglieris nel '76: piccole storie di cervelli, piccole coincidenze, naturalmente: qualche volta, però, servono per vincere gli scudetti.