Nel momento in cui scrivo, a Brunamonti manca
una virgola per toccare quota quattromila, e dunque chiaramente quando voi
mi leggerete Brunamonti avrà coronato eccetera.
Cosa sono quattromila punti? Sono più di
tremila e meno di cinquemila, se proprio vogliamo andare a scoprire qualcosa
sotto le pieghe. Ma sono sicuramente tanti punti realizzati: da un giocatore
che chissà quali e quanti traguardi potrà ancora centrare. Roby Brunamonti:
se fosse per lui, sai che goduria per il cosiddetto giornalismo pettegolo.
Roby è inossidabile anche nel suo perfettissimo aplomb. Mai una valutazione
appena un po' storta sul conto di un collega, mai un accenno di polemica,
mai un barlume di casotto, mai una frase fuori posto, mai un'opportunità per
montarci sopra qualcosa di non troppo limpido. Un gran bravo figliolo, un
ragazzo perbene, questa la prima cosa che ognuno di noi può dire e scrivere.
E pazienza se l'uomo per sua indole e scelta è decisamente un
antipersonaggio. Pazienza se non lo vediamo mai bivaccare da qualche parte,
pazienza se ogni coach lo cita come l'uomo ideale oggi, domani e dopodomani,
e pazienza se in questa benedetta Virtus i tipi come Brunamonti sono davvero
parecchi, ragion per cui andiamo a scuotere gli alberelli di Gamba e del
duce, se proprio vogliamo uscire qualche volta dalla solita routine. Del
Brunamonti in pantofole si sa poco o niente. Un tipo acqua e sapone, campo e
famiglia, meglio per lui. E allora tanto vale cercare di aggiungere qualcosa
all'idilliaco e bucolico quadro nel quale il giocatore si muove e si
riconosce.
Brunamonti che non è un play, qualcuno
continua a dire. E qui io francamente mi domando come si possano impunemente
sparare sentenze così a capocchia E poi io vorrei pure sapere qual è il
metro per giudicare attendibilmente in che misura un esterno-dietro è play o
non lo è. Perché ci sono particolari che non balzano all'occhio. E allora
diciamo che quando un giocatore in qualche modo gioca play, solo il suo
coach è in grado di sapere fino a che punto quello stesso giocatore è un
play affidabile o no. Perché uno che voglia essere play, con annessi e
connessi, deve saper servire gli assists, ma certo, e però deve soprattutto
saper chiamare i giochi e tenere in pugno la squadra nei momenti decisivi e
solo il coach - ripeto - può sapere se il cosiddetto play è in grado di
onorare degnamente il ruolo. A occhio, mi pare che Brunamonti sia un
campione che sta ancora felicemente lievitando e che altrettanto felicemente
può giostrare come play e come guardia. E se il play per eccellenza è D'Antoni
oppure Caglieris o anche - per dire- Fischetto, bene, Roby ha qualcosa di più e di meno, Roby ha dalla sua tutto
per diventare sempre più grande e dico l'età, la velocità, l'eleganza, la
penetrazione, il tiro e una vivezza atletica che ti garantisce fin d'ora
altri cinque anni di belle baldorie. Il duce ogni tanto azzecca colpi da
maestro. Il duce ha azzeccato Bertolotti, Villalta e Brunamonti; il duce fu il primo (se
non l'unico) a profetizzare orizzonti di gloria per Gigione Serafini; il duce è un tipo che spesso
addosso se qualche volta (faccio un esempio: Ragazzi o anche Valenti) il
duce si lascia un po' le penne.
Il duce - dicevo - ha sempre proclamato che
Brunamonti si sarebbe rivelato per la Virtus e per il basket italiano un
autentico tesoro. E in effetti all'età di ventisette anni Roby è tuttora
proiettato verso vette per altri decisamente irraggiungibili. E io mi sto
rendendo conto di riempire questo articolo di grandi banalità. Ma cosa posso
raccontare di diverso su un campione che ti offre in ogni circostanza la
faccia migliore di sé medesimo e cosa posso raccontare di diverso su un
campione che ha la sua faccia migliore solo percorsa da cose belle e
gloriose? Brunamonti-story, come non detto. La storia di un ragazzo che
cresce bene e che nella piazza giusta si consacra gran giocatore dopo aver
già fatto abbondantemente la sua parte anche quando stava un po' più in
provincia diciamo Rieti. Roberto Brunamonti ti squaderna già centocinquanta
gettoni azzurri, uno scudetto, una coppa Korac (non con la Virtus, giammai!)
e soprattutto ti squaderna la sua inesausta vitalità e la sua
commendevolissima voglia di fare sempre meglio. Roberto Brunamonti, amici
cari, semplicemente questo qui. Così banale nella sua grandezza. Lo
vorreste, lo vorremmo diverso? Ma no, va stupendamente bene così com'è.
BRUNAMONTI IL VECCHIO PUò
SERVIRE ALLA NAZIONALE
Di Walter Fuochi – La
Repubblica – 02/02/1995
Ufficialmente, negano
entrambi d’averne parlato. Del resto, cos’avrebbero mai da dirsi,
Ettore Messina e Roberto Brunamonti, qualora servisse proprio precettare
il vecchio capitano, nella piccola Italia del basket? Hanno la stessa età, i
36 del ct sono gli stessi del playmaker (ad aprile). Hanno lavorato insieme
dieci anni, alla Virtus Bologna. S’incrociano spesso, in città: non solo al
palasport, anche a tavola, perchè le tagliatelle ai suoi ospiti del basket
Messina le
offre da "Benso", il ristorante di Brunamonti, nei vicoli del centro. Ma sì,
è ormai chiaro come il sole che, al di là delle prassi diplomatiche,
Messina vorrà
Brunamonti nella nazionale degli Europei di Atene. Perché ci pensava già da
un po’. E perché, quando s’è rotto il ginocchio
Bonora, il giovane regista titolare, non ha più pensato ad altro.
"Puntavo parecchio su
Bonora:
ultimamente era il nostro play numero 1. Brunamonti? Perdurando l’attuale
stato di forma, non se ne può non parlare. Vedremo più avanti, ma è chiaro
che, dietro i titolari, c’è un gradino alto per arrivare ai Calbini e
coetanei, soprattutto in un torneo come quello ateniese: un ambiente
difficile, che richiederà credibilità internazionale". Insomma, Brunamonti
non è più un giovanotto, andrà da terzo regista per 10-15 minuti di qualità;
ma è una madonna del basket mondiale, temuto e rispettato da amici e nemici.
In più, sta giocando bene. E anche stasera, per sbancare Barcellona e
riprendere strada nell’Euroclub, dopo la sbandata col Cibona, la Buckler
chiederà aiuto alla sua antica, consumata esperienza. Lui minimizza, non ne
sa niente. "Leggo, come tutti. Ma posso solo vivere alla giornata. Ho 36
anni, ho davanti 4 mesi a due partite a settimana: quelle più dure, per il
campionato e l’Euroclub. Chissà come staremo a giugno, tutti quanti". L’anno
scorso fiorì a primavera: lo scudetto della Buckler furono i punti
martellati da
Danilovic, ma pure il play-off ispirato e intensissimo di Brunamonti.
Quest’anno, la varicella e le cattive condizioni di forma di
Coldebella, il titolare della Buckler, che ritaglia per il capitano il
ruolo di sontuosa riserva, hanno cambiato le esigenze: serviva prima, la
spinta di Brunamonti, e lui sta dando tantissimo. L’ultimo quiz è capire
quanto durerà. Così, se lo diranno a fine stagione, i due coetanei, se è il
caso di riprovare o no. Se servirà a Messina averlo come terzo play, dietro
Gentile e
Coldebella,
qualcosa di più del capitano non giocatore: carisma dentro una squadra
giovane e tenera, 10-15 minuti di magistero in campo. E se piacerà a
Brunamonti dare un calcio all’età, alla famiglia, alle vacanze e riaprire
una porta che pareva chiusa su un’epoca: l’addio azzurro fu il 5 luglio ‘92
a Saragozza, quando finì anche l’Italia di Gamba, spazzata via dal torneo
preolimpico. C’era anche allora, Brunamonti, fragile come tutti, ci sarà di
nuovo, due braccia in più per uno sport che ha bisogno di tutti, non avendo
né santi né eroi. Ritiratosi Meneghin, Brunamonti è rimasto quello che più
gli somiglia: un’icona non solo ornata dei tre scudetti di Bologna, di 255
maglie azzurre, dell’oro europeo di Nantes e dell’argento olimpico di Mosca,
ma pure di un’anima, in uno sport che ha ricambi avari di assi, e anche di
facce e di cuori.
.
BRUNAMONTI IL PRECOCE
di Andrea Tosi - La Gazzetta dello Sport -
24/03/1997
Non è difficile
immaginarsi Roberto Brunamonti, il mito vivente delle V nere, sollevare un
trofeo. Lo ha fatto tante volte nella sua ventennale e memorabile carriera
di giocatore e capitano. Più difficile immaginare,
solo pochi giorni fa, che potesse mettere nel suo palmares un titolo da
allenatore di fresca e tormentata nomima. Dopo un inizio da fare tremare i
polsi, col ruolino di 1-4 che è costato alla Kinder,
non per colpa sua, l'uscita dall'Europa e la caduta al terzo posto alla fine
della stagione regolare, Roby ha compiuto l'impresa di ribaltare i
pronostici nella final-four di Casalecchio insieme al brutto trend della sua
squadra conducendola alla conquista della coppa Italia, alla sua settima
presenza in panchina. è
la conferma che vincenti si nasce e magari allenatori si diventa. Brunamonti
sembra un predestinato anche con lavagna e libretto degli schemi. "Non posso
dire adesso se sia più bello vincere da giocatore o
da allenatore - argomenta -. Nel primo caso posso parlare con cognizione di
causa ma nel secondo no perché non mi sento ancora un
vero coach. è da
poco che sto imparando e tutto è successo troppo
velocemente. Questa vittoria, ribadisco, non mi appartiene. Ha fatto tutto
la squadra. è ai
ragazzi, per quello che hanno passato in questi mesi molto duri, che va il
mio grazie. E non lo dico per modestia. Peraltro questa Coppa me la voglio
godere tutta fino al prossimo impegno". Non è facile
smuovere Brunamonti, farlo sognare in grande. Non ha mai gonfiato il petto
quando stravinceva scudetti, figuratevi adesso che mette pure le mani avanti
per il suo futuro di coach. "Volete sapere se ci sto prendendo gusto? La
risposta è quella che diedi al momento
dell'investitura: sono qui per condurre a termine questa stagione nel
miglior modo possibile. Ho accettato l'incarico in un momento delicatissimo
perché mi sento legato alla Virtus, devo tanto a
questa società. Il mio obiettivo adesso non
è guardare all'anno prossimo ma dare alla squadra il
mio massimo ed esserne ricambiato. La Coppa è un
traguardo importante, ce la teniamo stretta, però il
campionato ha un altro valore. La nostra scommessa viene ora, dobbiamo
tuffarci nei play-off sfruttando l'onda emotiva della Coppa come Milano
l'anno passato". è
un Brunamonti sereno che ci parla al telefono dalla sua casa di Spoleto dove
si è rifugiato due giorni per staccare la spina.
Preparerà i play-off portando la squadra in ritiro
sull'appennino, a Porretta Terme, aria buona per riossigenarsi e acqua buona
per aggiustare il fegato che adesso è meno
intossicato. "Mica vogliamo passare le acque - sorride Roby -, andiamo via
qualche giorno per stare più insieme. Non so se ci
seguirà anche Komazec.
Domani (oggi, ndr) Arijan deve sostenere un esame di risonanza magnetica
alla caviglia dolente. Su questo argomento mi sono già
espresso e sapete bene come la penso. Da parte mia, dei compagni e della
società non c'è nessuna
preclusione al suo rientro in squadra. Mi sembrava giusto, guardando al
successo in Coppa, che si parlasse più dei
protagonisti in campo. La Virtus ha dato una risposta importante in termini
di coesione e di orgoglio. Io non ho apportato niente di speciale. Magnifico usato come ala piccola
è un accorgimento naturale perché
Walter è un grande giocatore e sa adeguarsi bene. Ho
fiducia nei tre play, ognuno ha una prerogativa diversa utile per la
squadra. Prelevic sta ritrovandosi,
Savic sta stringendo i denti. Questi segnali mi
confortano per i play-off".
ROBERTO BRUNAMONTI
di Gianfranco Civolani -
tratto da "Euro Virtus"
C'è un solo Brunamonti. Vero
verissimo. Io ho conosciuto grandi talenti e divi dello sport bizzosissimi
come Maradona, Platini, Dado Lombardi, Bob
Vieri (papà di Christian), Domenico Marocchino e via andare. E ho
conosciuto grandi personaggi anche molto esemplari, dico Villalta e
Bonamico e potrei citarne ancora. Ma c'era e c'è un solo Brunamonti,
un tipo che forse non ha mai avuto la consapevolezza della grandezza che
sapeva sprigionare da quel che gli aveva dato il cielo.
Ricordo cento interviste e
mai una frase fuori ordinanza o fuori posto, ricordo comportamenti in gare
e fuori davvero impeccabili e ricordo quella magica e struggente prima
serata al Paladozza quando gli fecero l'omaggio di fine carriera e tanti
di noi cercavano di nascondere una più o meno furtiva lacrima.
Roberto Brunamonti in Virtus
ha vinto quattro scudetti, una Coppa delle Coppe e quattro Coppe Italia. E
ha detto signorsì a Cazzola quando si è
trattato per un attimo di sostituire Alberto Bucci
magari portando a casa la Coppitalia numero cinque. Ma Brunamonti ha vinto
anche un pezzetto di questa Coppacampioni perché la Virtus europea l'hanno
costruita lui e Cazzola e Messina insieme, più Cazzola di Messina
o più Brunamonti di Cazzola, ma chi se ne
frega delle graduatorie in virgola.
Io non so per quanto tempo
ancora Brunamonti viaggerà con la giacchetta regimental della Vu nera
addosso. Roby del resto ha la Vu nera cucita sulla pelle. E ha una bella e
gratificante famiglia e un ristorante per guadagnare tre lire e per far
star bene gli amici e un cuore grande grande che si manifesta
ogniqualvolta c'è da far sorridere chi dalla vita ha avuto di meno.
La Virtus del duemila avrà
in plancia - mi auguro - Cazzola e sempre
Brunamonti che è uomo-Virtus nel midollo e che - più o meno in linea con Renatone Villalta - è stato il più forte
italiano della Virtus di sempre.
C'è un solo Brunamonti che
di nome si chiama Roby. Le stigmate dei campioni. Roby come chi? Come
Baggio Baggino, l'avevate notato?
C'è solo un
Brunamonti...
S.M.Righi - Bianconero anno 4, n. 3 - 24/02/2000
Roberto Brunamonti, 41
anni il 14 aprile, una vita tra i panieri. Specialmente quelli bianconeri.
La Virtus ha appena giocato conto Varese, chissà quanti ricordi.
A dire la verità
quando io giocavo nella Virtus la grande Varese era un po’ in calo, prima
invece Ignis e Mobilgirgi si giocavano sempre scudetto e coppa. Alla fine
degli anni ‘70 e poi in quelli '80 invece la situazione era un po' cambiata,
Varese poi è anche retrocessa in A2. Anche quando le ho vissute in prima
persona erano classicissime del basket, sfide ormai storiche, ma l'interesse
sempre valido non era per la posta in palio. Poi ultimamente Varese è
tornata competitiva ai massimi livelli, come ha dimostrato l'anno scorso.
La sua Virtus insomma
era troppo più forte dei nipotini di Meneghin. Però Masnago era sempre
Masnago.
Ah, sicuramente, come
il Palalido di Milano o il PalaDozza. Per un giocatore erano e restano i
palcoscenici più importanti. Hanno fatto la storia del basket e mi ricordo
che ad entrarci dentro c'era un 'emozione particolare. E quindi un motivo in
più per giocare bene. Direi che si potrebbe fare dei paragoni con i teatri
per capire meglio, e se il Palalido era la Scala, il PalaDozza era il Regio,
Masnago il San Carlo. Fino a quando ho smesso, garantisco che a giocarci
dentro ho sempre provato sensazioni uniche. E ci tenevo in modo particolare
a vincere.
Un giocatore di Varese
su tutti...
Quando hanno comprato
Meo Sacchetti da Torino io e lui abbiamo cominciato una specie di sfida
nella sfida, perché lo avevo conosciuto in Nazionale e da lì si è saldata
un'amicizia vera e sincera che è andata avanti una decina d'anni.
Varese-Milano-Cantù:
mai desiderato di cercare gloria nel triangolo lombardo?
Ho sempre avuto un
grandissimo rispetto per quelle squadre che hanno fatto la storia del basket
italiano, ma personalmente la Virtus e piazza Azzarita, per me che venivo da
una squadra di provincia, sono sempre state la massima aspirazione e il
meglio dove potermi esprimere. Le lombarde dettavano legge, ma per me sopra
a tutto c'era Bologna.
Beh, qualche
soddisfazione se l'è presa, poi...
Poter raggiungere
l’obiettivo di giocare con la Virtus è stato assolutamente fondamentale per
me, ma sapevamo tutti benissimo che se volevamo vincere qualcosa dovevamo
fare i conti con loro. Col cosiddetto triangolo lombardo.
Adesso invece tocca a
Basket City.
Sì, ma francamente mi
sembra strano che per questo motivo si debba parlare di morte del basket. In
fondo negli anni '70 si giocavano tutto nell'arco di settanta chilometri,
tra Milano, Cantù e Varese, e all'epoca nessuno ha parlato di fine del
movimento. Adesso invece penso faccia un po' moda dire che Bologna ammazza
tutti. Non è così, però, così come non lo era all'epoca del dominio della
Lombardia.
Un Pozzecco del
passato?
E uno dei migliori nel
suo ruolo, penso sia unico per il suo modo di concepire il basket. Se vado
indietro nei miei 20 anni da giocatore e nei 5 da dirigente non mi vengono
in mente altri giocatori cosi, con mezzi fisici ed altezza normali. L'unico
accostamento, dal punto di vista morfologico, mi viene in mente con Charly
Caglieris.
Mai desiderato la Nba?
No, non ho mai avuto
questo sogno, anche se da sempre mi piace vederla da spettatore, perché ho
giocato in una squadra che era un punto d'arrivo, cosi come la Nazionale. E
poi ho giocato dove e come il mio fisico me lo permetteva.
Si parla di
spettacolo, della tendenza a farlo di certe squadre come lo Zalgiris e
Varese dello scorso anno.
Non credo si possa
parlare di regole generali, credo sia piuttosto questione di come una
squadra affronta un momento decisivo della stagione. E successo che Varese e
Zalgiris lo facessero in un certo modo, ma anche che Limoges l'abbia fatto
in un altro. Da dirigente mi farebbe piacere che le partite finissero
100-98, ma mi va bene lo stesso anche un 60-58. Non credo alle regole e alle
tendenze.
I 24" però potrebbero
cambiare molte cose.
E lo faranno, perché
questa nuova regola per l'attacco potrà anche cambiare il volto di una
partita. Penso che ci sarà un forte impatto, anche perché 6" in meno possono
sembrare pochi, specialmente perché all'inizio tutti avranno in testa i 30"
ma poi ci si abituerà. E successo lo stesso col tiro da 3, sembrava tanto
lontano e poi invece abbiamo visto che non lo è.
Varese vuol dire Pozz
e Menegnin: potendo scegliere, chi avrebbe preferito al suo fianco?
Poz è unico,
Meneghin un campione, il migliore italiano nel suo ruolo. Però se devo
fare un nome dico Sasha Danilovic.
Il Capitano
di Emilio Marrese
Alla Virtus arrivò nell'83 dopo aver già vinto
una coppa Korac nell'80 a Rieti, la città che lo ha dato al basket, e un oro
agli europei di Nantes con la nazionale. Al primo colpo conquistò lo
scudetto della stella con Alberto Bucci, al quale è sempre rimasto
fortemente legato.
Di questo spoletino schivo e modesto fino al
nichilismo tutta l'Italia ha sempre rispettato e applaudito il modo di
essere campione: corretto, serio, umile, mai sbruffone, mai odioso. Partita
dopo partita, alla sua figura è stato riconosciuto un valore quasi
istituzionale per la pallacanestro, come quei pochi grandi uomini politici
nelle cui doti umane s'identifica tutto il Parlamento superando barriere di
idee e di colore. Ma in campo Roberto non ha mai fatto il monumento di se
stesso, guadagnandosi il rispetto di amici e nemici sempre e solo per quello
che poteva fare con il prossimo pallone, e mai per quei milioni di palloni
già giocati. Non ha mai vissuto di rendita, non s'è mai fatto portare in
processione.
La sua parabola bianconera è stata un
arcobaleno dolce e luminoso. Nel suo interminabile autunno ha scrollato sul
parquet, come foglie d'antica quercia, canestri importanti, momenti di
basket decisivi e mai anonimi. E sempre stata una presenza e mai un illustre
comparsa, come quei grandi attori a fine carriera.
Così come sono spariti pian piano i suoi
riccioloni, le armi tecniche, quelle che nei suoi primi anni virtussini
erano il ritmo e le entrate a canestro, col passare delle stagioni sono
diventate l'esperienza, il tiro da fuori, il passaggio, il saper fare la
cosa giusta al momento giusto. Ma il Capitano non s'è limitato mai a
dispensare saggezza spray: al contrario di quanto si potrebbe immaginare,
gara dopo gara il suo basket è diventato anche più aggressivo, rabbioso,
grintoso, quasi cattivo, sempre in senso sportivo. Difesa, palloni
recuperati, mischie a muso duro. La sua irruzione in partita era un segnale,
uno squillo, per i suoi e per gli avversari. L'orgoglio lo ha reso sempre
più combattivo, come se volesse dimostrare in ogni azione di essere ancora
un soldato da battaglia e non un generale stratega, magari un po' rimbambito.
Questo spirito di sacrificio e di abnegazione ne ha fatto un esempio
straordinario: non ha mai accettato le celebrazioni e fino all'ultimo si
sentiva arrostire in panchina, quando capitava che per lui non ci fosse
abbastanza partita da sfamarsi.
A forza di ripetere che tanto di occasioni
così ne avrebbe avute ancora poche, che tanto di partite così ne avrebbe
giocate ancora poche, negli ultimi anni di carriera non ha fatto che
accumulare scudetti, play-off e derby uno sull'altro. Sempre animato da
questa forza micidiale, quella di giocare ogni pallone come se fosse
l'ultimo della sua vita, ha continuato a stupire partita dopo partita, con
quel suo modo di giocare angosciante ed esaltante insieme, come una tragedia
lirica: come se ad ogni scatto dovesse esalare l'ultimo respiro, come se su
ogni palla recuperata in tuffo dovesse sbriciolarsi sul parquet una volta
per tutte, accasciarsi sul campo di battaglia e raccogliere l'ultima grande
ovazione mentre cala il sipario. "Sembra il miracolo di San Gennaro - disse
una volta Valerio Bianchini con sarcastica ammirazione -: ogni volta si
scioglie il sangue, ogni volta si rinnova puntualmente il prodigio". Poi usò
un'altra immagine, di altrettanta irriverente efficacia: "Roberto sembra la
Mimì della Boheme quando protende la gelida manina su ogni pallone".
Prendendolo.
Se c'è un rammarico col quale dovrà lasciare,
è quello di non aver vinto abbastanza in campo internazionale, in rapporto
alla sua grandezza tecnica: solo una Coppa delle Coppe con la
Virtus nel
'90. Medaglie azzurre nel cassetto ne ha diverse, ma sono poche rispetto a
quelle che avrebbe voluto conquistare da leader: dopo l'argento alle
Olimpiadi di Mosca '80, l'oro agli europei francesi dell'83 e il bronzo agli
europei di Stoccarda dell'85, ha vinto come regista titolare un argento
continentale a Roma nel '91. Soddisfazioni ne ha avute, meno di quelle che
avrebbe meritato e voluto: negli anni migliori non era lui il primo play
(finiti Caglieris e Marzorati, dovette subire l'inutile convocazione di D'Antoni
come oriundo); quando finalmente ha avuto la cattedra lui, l'Italia era
entrata in profonda crisi generazionale di talenti. Pur giocando ben 255
partite, la sua carriera azzurra è stata infida: prima era troppo presto,
poi troppo tardi. Così decide di lasciare spazio ai giovani e di
abbandonare, nonostante i tentativi di richiamano come un Franco Baresi dei
canestri. Pazienza. Non per questo noi ci sentiremo meno fortunati per
averlo visto giocare e soprattutto per aver l'onore di raccontarlo.
è stato uno dei
giocatori italiani più rappresentativi di tutti i tempi (e per questo
scelto anche per la pubblicità televisiva, anche se pochi se ne
ricordano). Il "capitano", nato nel '59 a Spoleto (PG), 1.91 di altezza,
stava per diventare un campione di tennis quando, non ancora 14enne, un
brutto incidente al ginocchio gli rovinò la carriera: aprendone però
un'altra, quella, appunto, di cestista. Dopo nemmeno 2 anni passati con in
mano la palla a spicchi Robby disputava già le finali nazionali juniores,
facendosi notare anche in una squadra (Rieti) in cui già svettava un altro
futuro campione, Domenico Zampolini: e infatti già l'anno successivo,
quand'era solamente 17enne, Brunamonti debuttò in serie A nella Brina (era
il campionato 1975/'76) grazie all'indimenticato coach Elio Pentassuglia
che pose come prima pietra del suo progetto su Rieti il lancio del
giovanissimo Roberto. Rimase nel Lazio per 7 anni vincendo una coppa Korac
nell'80, fino a quando nell'82 passò alla Sinudyne Virtus
Bologna per 1 miliardo; questa cifra al tempo fece davvero sensazione
("come il grattacielo Pirelli" disse all'epoca il presidente virtussino, Porelli) anche se ora sembra quasi ridicola in proporzione a ciò che
Brunamonti (a quel tempo solo 23enne) ha dato alla Virtus
nei suoi 14 anni bianconeri, che uniti ai 7 anni a Rieti danno la notevole
somma di 21 stagioni di serie A (669 presenze con 7.924 punti) condite da
4 scudetti ('84, '93, '94, '95), 3 coppe Italia ('84, '89, '90), 1
Supercoppa ('95), 1 coppa delle Coppe ('90) oltre alla suddetta Korac
dell'80 con Rieti, trofei ai quali vanno aggiunti quelli raggranellati in
tanti anni di Nazionale (256 gli incontri da lui giocati, terzo assoluto
dopo Marzorati e Meneghin), vale a dire l'oro europeo di Nantes dell'83,
l'argento olimpico di Mosca dell'80, l'argento europeo di Roma del '91 ed
il bronzo europeo di Stoccarda dell'85. A tutto questo bisogna aggiungere
2 finali del Mc Donald's Open, una a Monaco contro i Phoenix Suns ed una a
Londra contro gli Houston Rockets. Per il suo passaggio in bianconero la
trattativa fu lunga e travagliata: la Virtus
dovette battagliare non poco con la Scavolini Pesaro, senza contare che l'allora Sebastiani Rieti, senza
evidentemente pronosticare a Roberto un grande mercato, aveva già
incautamente concesso una specie di prelazione addirittura alla... Mecap
Vigevano (!). Immaginate come avrebbe potuto essere diversa la carriera di
Brunamonti se quella prelazione fosse stata rispettata facendogli quindi
disputare campionati di rincalzo...
Ha allenato per un
breve periodo la Virtus
vincendo una Coppa Italia nel 1997, poi è passato ai ruoli dirigenziali
prima proprio a Bologna e poi alla Virtus Roma.
Dopo i 14 anni in campo
per la Virtus
(al termine dei quali la società ritirò il suo numero 4 ed il nostro
ricevette addirittura una lettera dal sindaco di Bologna), Brunamonti rimase
in bianconero divenendo nel '96 dirigente con molteplici incarichi, dai
rapporti con Fip, Fiba e sponsors allo sviluppo dell'attività giovanile;
dopo soli 6 mesi passati in questa veste divenne invece a sorpresa il nuovo
allenatore dell'allora Kinder, in sostituzione del licenziato Alberto Bucci,
e dopo sole 7 partite da coach vinse già il suo primo trofeo, la coppa
Italia '97. Ha chiuso la carriera sportiva come leader assoluto del
campionato italiano per gli assist (1.332), secondo sia nei recuperi (dietro
Mike D'Antoni, con 1.276) che nei minuti giocati (dietro Antonello Riva, con
18.169), inoltre sesto nelle partite giocate e quattordicesimo nei marcatori
di tutti i tempi, lasciando il ricordo indelebile di un grande campione, in
campo come fuori del rettangolo di legno: pensate che quando Sasha Danilovic
arrivò alla Virtus
confessò a Brunamonti che "1 dei 3 motivi che mi hanno spinto a Bologna è
stato il fatto di poter giocare con te". In barba comunque ai succitati
super trattamenti economici (c'è ad esempio sempre stata una clausola nel
suo contratto, concordata con la società virtussina,
per la quale nessun giocatore italiano ha mai potuto percepire un ingaggio
superiore al suo, ed ha avuto al fianco gente come Moretti, Coldebella, Morandotti, Binelli, Carera...), "Bruna" è saldamente rimasto con i piedi
per terra: non è mai stato difficile vederlo nel proprio ristorante
bolognese ("Benso") servire ai tavoli come un qualunque umile cameriere...
Inoltre è rimasto legatissimo alle proprie origini: quando nel '96 uscì il
libro a lui dedicato scritto dal giornalista bolognese Roberto Gotta,
Brunamonti destinò i suoi introiti per dotare di un "pallone" coperto quello
sperduto campetto da basket di Spoleto, nel centro giovanile Sacro Cuore,
dove 30 anni prima aveva tirato per le prime volte un pallone dentro la
retina. In tema poi di umiltà Brunamonti non è secondo a nessuno: quando gli
si propose la realizzazione del suddetto libro, ebbe a dire "Un libro su di
me? Ma io chi sono? Non ho mica inventato la penicillina...". Ottimo padre
di famiglia, Roberto ha allevato con la moglie Carla il prode Matteo, già
ottimo giocatore di basket (classe '85), Giulia, già primattrice del Coro
dell'Antoniano, e la piccola Caterina, classe '95.
di Dario Colombo - tratto da "Il cammino verso lastella
(...)
Tant'è
che, partito Caglieris per Torino, anche lo scudetto parte per altre
destinazioni: prima Cantù (dove c'è Marzorati), poi Milano (dovec'è D'Antoni),
poi Roma (dove c'è Wright). Non ci vuol molto, a Porelli. per capire la
lezione: ed in giro, con queste caratteristiche, ce n'è soltanto uno, si
chiama Brunamonti e finisce ovviamente a Bologna. Brunamonti è di Spoleto,
ma l'anagrafe del basket dice che è nato a Rieti, dove per anni ha
rifornito di buoni palloni alcune tra le più belle coppie di americani mai
venute in Italia. Non ha mai giocato per traguardi importanti, è vero: ma
è altrettanto vero che da anni è il numero due della Nazionale e, insomma,
il gioco vale senz'altro la candela. Non riesce subito, a Brunamonti, il
colpo di riportare lo scudetto a Bologna, così com'era riuscito a
Caglieris: ma i tempi sono cambiati e il cervello va bene ma c'è un limite
anche alla creatività. A Brunamonti, però, l'anno serve per capire che i
tempi di Rieti sono finiti, che quando si gioca per lo scudetto quel che
conta è la sostanza più chela forma. La lezione dà i suoi frutti l'anno
successivo, quando a Bologna approdano Bucci e Van Breda Kolff, due che in
quanto a sostanza non hanno niente da invidiare a nessuno. E finisce che
Brunamonti gioca forse la più bella partita della sua vita proprio nella
finale di Milano contro la Simac, andando a prendersi fuori casa il primo
scudetto della sua carriera e proprio contro il maestro D'Antoni.
Guarda caso, aveva fatto la stessa cosa Caglieris nel '76: piccole storie
di cervelli, piccole coincidenze, naturalmente: qualche volta, però,
servono per vincere gli scudetti.