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Augusto Binelli
nato a: Carrara (MS)
il: 23/09/64
altezza: 213
ruolo: centro
numero di maglia: 11
Stagioni alla Virtus: 1980/81 -
1983/84 - 1984/85 -
1985/86 - 1986/87 -
1987/88 - 1988/89 -
1989/90 - 1990/91 -
1991/92 - 1992/93 -
1993/94 - 1994/95 -
1995/96 - 1996/97 -
1997/98 - 1998/99 -
1999/00 (recordman con 18 stagioni nella Virtus)
statistiche individuali
biografia su
wikipedia
palmares individuale in Virtus: 5 scudetti, 5 Coppe Italia, 1 Euroleague, 1
Coppa delle Coppe, 1 SuperCoppa
Nel 1983 ero assistente nella squadra che
vinse il decimo scudetto, quello della stella. Un giovanissimo Augusto
Binelli, un giorno in allenamento, stanco delle "vessazioni" del capitano Renato Villalta, lo stende con un colpo di reazione. Mentre Villalta è a terra, Binelli realizza
l'enormità del suo gesto e scoppia in lacrime. Si avvicina l'americano Jan Van Breda Kolff (un
ex-professionista dell'NBA) e gli sibila in un orecchio: "Non fare lo
scemo. Dovevi farlo due mesi fa".
Ettore Messina
- da "Dialogo sul Team" di E. Messina e M. Bergami.
ALL
ITALIAN BOYS, MA IN AMERICA
Di Walter Fuochi – La
Repubblica – 04/02/1987
Scelto l'estate
scorsa dagli Atlanta Hawks, primo giocatore italiano ad affacciarsi sulla
Nba, il campionato professionistico Usa, Augusto Binelli non era un nome
inedito per il basket americano. I Falchi di Atlanta gli hanno offerto un
provino e un contratto: serviti, per ora, a rialzare il suo stipendio alla
Dietor. Ma non lo conoscevano perché gioca in
Nazionale o, qualche volta, fa 30 punti nel campionato italiano. La sua
faccia affilata e i suoi 213 centimetri erano già negli elenchi dei talent scout e nel computer
dei grandi club Nba cinque anni fa: quando Binelli, a 18 anni, giocava nella
Lutheran High School. In America, a fare il professionista, prima o poi
vorrebbe tornarci, dopo averci giocato al liceo, dall'estate '81
a quella '83: la Lutheran è una piccola e ricca scuola privata che fa il campionato delle "high
schools". Laggiù a Brookville vicino a Long Island, in un villaggio
residenziale con le casette a schiera immerse nel verde, l'aveva mandato
la Virtus Bologna,
la sua società. A studiare basket. Binelli, carrarese col padre in cava,
avrebbe avuto un destino scolpito nel marmo delle sue colline, se qualcuno
non gli avesse messo un pallone in mano. Oggi, oltre che un buon giocatore,
si è rivelato un esperimento azzeccato: e sul suo solco di college e
canestri, lezioni mattutine e allenamenti pomeridiani altri giovani giganti
sono stati spediti alla scoperta dell'America, per farne campioni di basket.
(…)
AUGUSTO BINELLI
"Il chi è chi" 96/97, redazione Superbasket
Quante volte abbiamo detto: "Questa è la partita di Binelli" per poi
accorgerci che non lo era mai ...
Nei primi sei-sette minuti di gioco è da NBA: punti, rimbalzi, stoppate,
passaggi e ... falli, almeno tre. E le sue partite finiscono quasi sempre
qui ... sembra che anche i figli e la moglie a casa gli fischino fallo e che
lui non protesti neanche più ...
Vittima di frequenti acciacchi ...
Fa
rabbia vedere un giocatore così bravo e dotato di talento e classe in
qualunque zona del campo non incidere quasi mai come potrebbe ...
Sa
fare tutto: tira dalla media, ha movimenti sopraffini vicino a canestro,
corre bene, passa, difende, prende rimbalzi e stoppa ...
Se
dopo l'high school avesse fatto l'Università in America sarebbe
probabilmente diventato un'ala grande da quintetto nella NBA ... La
dimostrazione? Le sue migliori partite le ha giocate nei due Mc Donald's
contro Phoenix e Houston facendo restare a bocca aperta gli americani ...
AUGUSTO BINELLI
di Emanuela Negretti - tratto da "EuroVirtus"
è il "Penna
Bianca" dei canestri. Augusto Binelli, nato a Carra il 23 settembre 1964, ha
indossato la canotta bianconera per la prima volta a soli 16 anni. Gus è
sempre stato considerato un pivot dal grande talento, grazie ai suoi
movimenti sotto canestro, alla sua agilità, alla mano vellutata con cui
colpisce la retina. Giovanissimo, andò per due anni alla Luteran high School
di New York.
Anche il mondo americano aveva notato questo tosto giovanotto
italiano: gli arrivarono circa 400 offerte per studiare e giocare anche a
livello universitario. Ma la Virtus, che puntava molto su di lui, lo bloccò
(fosse andato al college la società italiana avrebbe perso i diritti),
volendone fare il simbolo della Vu nera. Dopo il ritiro di
Brunamonti ha
ereditato la fascia da capitano: meritatamente si direbbe, visto che è il
giocatore che vanta più presenze in maglia bianconera. Quest'anno infatti è
il suo sedicesimo anno in Virtus. In estate Gus aveva accettato un posto in
panchina, secondo le prime direttive non avrebbe dovuto avere un minutaggio
troppo consistente, ma con il passare del tempo Binelli è diventato
fondamentale negli schemi di Messina. Il capitano quando è chiamato in
campo, che sia dall'inizio, che sia per i due minuti finali, risponde
presente, offrendo prestazioni molto convincenti. Non pensa al momento del
ritiro, ha ancora tanto da dare al basket, ma intanto ha aperto un pub, l'Overtime,
in via Torleone a Bologna assieme all'amico e collega Lauro Bon. Alla sera,
smessi i calzoncini e la canotta, si mette dietro il bancone a offrire birre
e panini. è un oste gioviale, forse il più alto del mondo (2,15 m.).
Intrattiene i clienti parlando di basket, ma non solo. Ha una splendida
moglie, Silvia, che lo aiuta la sera in osteria,e due figli, Andrea e
Giulia. Con loro stacca la spina, in casa si parla di tutto tranne che di
palla a spicchi.
Binelli è sempre stato un atleta con la testa sulle spalle,
la sua carriera è stata grandiosa, anche se costellata di infortuni, tanto
da definirlo un uomo "bionico" per via delle ginocchiere, delle fasciature
che per tanto tempo lo hanno accompagnato durante le partite. Da quest'anno
tutto questo materiale lo ha lasciato da parte, utilizzando solo i soliti
calzettoni lunghi. Ma la sera della vittoria della Coppa Campioni a
Barcellona ha sorpreso un po' tutti: il capitano si è tinto i capelli
di biondo.
Una sorpresa per il popolo bianconero e per gli addetti ai
lavori. Gus ci ha spiegato il suo pazzo gesto come il pegno di una scommessa
fatta forse ad inizio carriera: se avesse vinto questa benedetta coppa,
avrebbe cambiato look. Ma finiti i festeggiamenti, anche i capelli sale e
pepe di Binelli sono tornati al loro colore naturale. Finora ha vinto 4
scudetti (compreso quello della stella), 4 Coppe Italia, una Coppa delle
Coppe e un'Eurolega. In azzurro invece ha giocato 101 partite segnando 575
punti e vincendo un bronzo agli Europei dell'85.
UN CAPITANO VINCENTE
di Luca Villani -
Bianconero numero speciale giugno 1998
Augusto, Gus. Penna binca: il
capitano, il vecchio del gruppo per quello che riguarda gli anni passati in
maglia bianconera. Dal carattere sempre allegro ed amante degli scherzi ai
compagni. Si pensava che fosse un'annata al risparmio, soprattutto di
energie, mentre Binellone di energie e di grinta ne ha messa tanta ed al
momento giusto. Ei è calato nelle vesti del rifinitore quando serviva
qualcuno sotto le plance che adagiasse le mani dentro il canestro
avversario. Si è presentato svelto e sveglio quando il coach richiedeva
spalle larghe ed esperienza in difesa.
è stata veramente una grande
annata per Gus: ha fornito al suo pubblico moltissimi minuti di alta
qualità. Con i suoi calzettoni tirati su, fino al ginocchio, dal sapore di
antico, regala ancora il gusto della continuità della storia della Virtus.
In questa ha finalmente colto il tassello mancante al suo palmares, la Coppa
dei Campioni e ha vinto un altro campionato. Indimenticabili i suoi capelli
color oro dopo la vittoria a Barcellona. Una scommessa - ha detto - fatta
parecchi anni fa e onorata quando ha alzato quella fatidica coppa, fatta di
tanti sacrifici, ma affrontati con il solito spirito. Gus, però, non è solo
un grande giocatore, è anche l'oste più alto del mondo. Nel suo pub, l'Overtime
si respira sempre aria di basket, ma la temperatura è salita soprattutto la
sera in cui ha organizzato una festa per celebrare la bellissima vittoria di
Barcellona: locale pieno, flash che scattavano, foto a volontà e video che
ripercorrevano le azioni di quella sera indimenticabile, la sera del 23
aprile. Insomma, forse si è stancato di sollevare coppe, ma se i risultati
sono questi speriamo ci sia per tanti altri anni con lo stesso spirito e la
stessa forza. Un capitano vincente.

Binelli ai tempi del suo "apprendistato americano" alla
Lutheran High School
è così arrivato
l'inevitabile momento dell'addio ad un personaggio che come pochi altri ha
segnato la storia delle V nere. Molti sono a conoscenza della esperienza
americana di "Gus" (carrarese, classe '64, ala-centro di 2.13 di altezza)
quando l'avvocato Gianluigi Porelli, a quel tempo factotum della
Virtus,
lo mandò nella newyorkese Long Island Lutheran High School per affinare le
sue doti di gioco; in quell'occasione Porelli svelò che nell'83, all'uscita
dalla Lutheran, il giovane centro aveva ricevuto addirittura 130 offerte da
altrettante Università americane! Una di queste proveniva nientedimeno che
dalla Virginia University, che lo voleva per sostituire Ralph Sampson… Pochi
invece conoscono la particolare tecnica che Bob Mc Killop, il suo celebre
coach d'oltre oceano, usava con "Gus": prima lo faceva lungamente sedere
davanti ad un televisore, facendogli osservare ripetutamente i movimenti in
campo dei più famosi giocatori americani, poi lo portava subito in palestra
spronandolo a ripetere pedissequamente i movimenti visti. Ovvio che, se non
ci riusciva perfettamente, si tornasse precipitosamente davanti alla tv...
Complice questa preparazione compiuta negli States (e si sa quanto gli
americani diano credito a cose come questa), Binelli finì anche nelle scelte
Nba, chiamato al secondo giro dagli Atlanta Hawks con il n.
40 nell'86 (davanti a Jeff Hornacek ed a Drazen Petrovic...): andò
anche là a fare un provino, che fu abbastanza positivo perché Gus rimase per
anni nella lista dei possibili ingaggi di questa franchigia. A dispetto di
questa considerazione Binelli (che, incredibile ma vero, in gioventù ha
praticato con discreti risultati la boxe…) rimase sempre in Italia, alla
Virtus Bologna dove nel '96, subito dopo l'abbandono di Roberto Brunamonti,
divenne il capitano della storica formazione petroniana. È stato giocatore
di serie A anche suo fratello Timante. A riguardo del suo nickname "Gus",
molti ignorano come la nascita di questo non avvenne in Italia ma negli
States durante la sunnominata esperienza, e che originariamente il
soprannome esatto era "goose" (che si legge in maniera identica anche se
significa "anatroccolo"); oltre a ricalcare la parte iniziale del nome di
battesimo di Binelli, gli si adattava perché, sempre
secondo gli statunitensi, i movimenti del futuro capitano della Kinder
ricordavano appunto quelli dell'omonimo animale... Altro particolare poco
noto è che Augusto, quando si presentò alla leva del minibasket della sua
Carrara, diventò il... play (!) della squadra, perché
di tutto il gruppo era il più basso e minuto.
tratto da
www.ciao.it
Binelli: "Ho
voglia di vincere ancora"
di Alessandro
Gallo - Il Resto del
Carlino - 29/12/99
Alle soglie del
Duemila la Kinder ha un capitano dalla zazzera pepe e sale. Un capitano che
esordì in bianconero nel 1980, da cadetto, realizzando 98 punti alla
malcapitata formazione avversaria della quale, negli anni, s'è persa la
memoria. Si ricorda come andò, Augusto Binelli?
"Mah, saltai per
infortunio il primo incontro e l'allenatore mi disse che, nella gara
successiva, avrei dovuto realizzare anche i punti che non avevo segnato nel
primo confronto. Arrivai a 98: il coach si arrabbiò perché
non ne avevo fatti cento".
Da quel giorno sono
passati 20 anni. Avrebbe mai pensato di essere il capitano della Virtus del
2000?
"Non pensavo nemmeno
di arrivare in Serie A, all'epoca volevo solo divertirmi. Era una bella
squadra, c'erano Ragazzi, Masetti, Lanza, Daniele.
Arrivammo al titolo juniores".
Cosa si augura per il
2000?
"Che la mia famiglia,
e in modo particolare i bambini, Giulia, Andrea e Thomas Noah, stiano bene e
che non abbiano problemi particolari".
Vi fermate a tre o....
"No, con Silvia, mia
moglie, abbiamo deciso di fermarci a tre".
Dalla sua famiglia, al
basket. Che fa parte della sua vita, anzi, forse è la sua vita.
"Mi auguro di vincere
ancora. Giochiamo per questo perchè non siamo per nulla appagati".
Questa Kinder va
ritoccata in corsa?
No.
è una squadra buona
con 12 giocatori. Abbiamo più di due elementi per ruolo, siamo ben coperti.
Poi ci si è messa la sfortuna con gli infortuni di Hugo, Davide, Micheal.
Ecco, ho un desiderio".
Quale?
"Vedere questa squadra
allenarsi per un mese di fila. Gli infortuni fanno parte del gioco, ma
vorrei che questo gruppo potesse lavorare, come facciamo noi, per un mese
intero, senza intoppi".
Dal 1993 in poi avete
vinto almeno un trofeo all'anno
"è un bell'andare,
vero? Puntiamo sempre in alto".
La Saporta Cup sarà
vostra?
"Non amo i proclami.
Questo è un buon gruppo: lasciateci lavorare giorno per giorno e alla
fine, ma solo alla fine, giudicateci".
Binelli saluta la Virtus, ora gioca
fuori porta
di Francesco Forni -
La Repubblica - 23/07/2000
Il blitz bolognese di
Rigaudeau, il saluto e la nuova vita di
Binelli, la bocciatura di Smodis, la
convocazione in nazionale di Jestratijevic.
Per essere un tranquillo, sonnecchioso sabato di luglio, ne sono successe
fin troppe, ieri, tra Virtus e dintorni. Andiamo a leggere.
Dunque, nelle stesse ore in cui Binelli chiudeva in un albergo cittadino i
suoi vent’anni di Virtus, arrivava in città
Antoine Rigaudeau, a capire che ne sarà dei suoi. Il passaggio d’azioni
da Cazzola a
Madrigali, siglato venerdì, consegna ora la gestione di tutti i
tesserati al nuovo presidente: e non pare dunque un caso che il francese sia
piombato a chieder lumi. Ma non c’era con lui Ken Grant, l’agente, cioè
l’uomo dei contratti, ed è pertanto difficile immaginare terremoti.
In attesa di aver questi lumi, il francese e noi, Binelli ha intanto fatto
ciao con la manona. I suoi 20 anni tra giovanili e prima squadra sono un
record di fedeltà nel basket italiano e forse mondiale, ingrandito anche da
un altro primato: quello d’essere il bianconero più vincente di sempre.
Augusto Binelli, toscano di Carrara, classe ’64, ossia primavere 36, è il
virtussino che ha vinto di più nella storia del club: 5 scudetti, un’Eurolega,
una Coppa Coppe e 5 Coppe Italia. Il prossimo anno giocherà fuori porta, a
Castelmaggiore. E proprio il Castelmaggiore l’ha presentato ieri, nella sua
nuova veste.
Il saluto alla Vu nera non ha avuto grande calore: Gus non rientrava più nei
piani, però non ha fatto polemica. «Diciamo che è stato un addio tranquillo.
Di partite di saluto non so nulla, e il ritiro del mio numero 11 mi pare
improbabile. Ci sono pure poche maglie a disposizione...». Augusto un po’ di
magone ce l’ha, ma non vuole bisticciare e lascia con tanti ricordi belli.
«Ho avuto parecchi trofei, mi è mancata solo un’Olimpiade. Poi, c’è stata
questa nomea di non avere i ‘maroni’. Tutti da me s’aspettavano 30 punti, se
ne facevo 5 mi mettevano al muro. Ma ho giocato e vinto, ci ho messo pure
tanta grinta. Due volte mi sono rotto un ginocchio per andare a caccia di
palloni».
Qualche chicca. «Coppa Italia contro Caserta: Oscar faceva sempre canestro e Silvester mi disse ‘ci penso io’, mollandogli
un cartone da spaccargli la faccia. L’arbitro non vide e Oscar smise.
Qualche anno fa smontai una ruota dell’auto del professor Grandi: stava per
partire, lo fermai appena in tempo». Binelli fu anche il primo italiano
scelto dall’Nba. «Gli Hawks mi offrirono due volte (’87 e ’89) un anno di
contratto a poco di più di quel che prendevo nella Virtus. Ma sarei poi
tornato in Italia solo da straniero, così lasciai perdere».
Finale con quintetto ideale e altri Oscar. «Sul primo non ho dubbi. Brunamonti,
Sugar, Danilovic, io e Clemon Johnson. Allenatore Bucci, vice Messina.
Con questi non mi sbaglio. I più bravi che ho incontrato: Sabonis e Joe
Barry Carroll». A Castelmaggiore Binelli ci vive da 11 anni, la scalata
irresistibile del Progresso l’ha galvanizzato. «Mi hanno contattato un mese
fa, quando finì con la Virtus. Sono gasato, conosco bene
Brigo e Cempini, me
ne ha parlato Bon, il mio socio nel pub. Sono pronto, vorrei fare altri 23
anni. Poi lavorare coi giovani, a Castelmaggiore».
Le altre due notizie. Per la rinuncia di Tarlac, Obradovic ha chiamato al
raduno della nazionale jugoslava
Jestratijevic, il giovane pivot della Stella Rossa già preso dalla
Virtus. «Non è venuto a fare il tappabuchi, avrà le
stesse chances degli altri», ha detto il coach e già questa sarà stata una
soddisfazione. Infine, il consiglio federale ha bocciato ieri i ‘nuovi’
comunitari: in due parole, se Smodis (sloveno)
vuol giocare nella Virtus dovrà andare in tribunale. E’ quel che intende
fare.

Amarcord Binelli
di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino
- 20-07-2000
La Virtus senza Binelli non sarà più
la stessa Virtus. Ma Binelli senza la Virtus cosa farà?
«Sì vedrà. Non lo so. Senza Virtus è dura anzi, no. Quando me l'hanno detto
ci sono stato male. E' stato un bel colpo. Difficile da digerire. Ma ci sono
riuscito».
Cosa pensa di fare, adesso?
«Non lo so. Cercherò un altro club. L'avventura continua».
Ma fino a quando intende continuare?
«Fino a quando mi sorreggerà l'entusiasmo. Nell'ultima stagione sono stato
bene. Ho ancora voglia di giocare. Magari, poi, tra due anni mi ritiro».
Il ricordo più bello.
«L'Eurolega. L'abbiamo inseguita a lungo».
Già, lei c'era anche nel 1981, a Strasburgo...
«All'epoca ero solo un cadetto — avrei vinto un titolo juniores nel 1982 —
che avrebbe fatto il decimo nella finale scudetto per l'infortunio di Marquinho. La vidi in tivù: ricordo solo
l'ultima azione, Bonamico e quello
sfondamento».
Il ricordo più brutto.
«Non ricordo l'anno, ma fu l'eliminazione con Caserta. E io giocai pure
male. E poi la finale di Saporta di quest'anno».
La partita più bella.
«Tante. Ne rammento una contro Cantù: 18 punti e 18 rimbalzi. O i 30
realizzati a Venezia. Ma Dalipagic ne fece 70...».
Il trofeo più sofferto.
«Nessun dubbio. L'ultimo scudetto. Serie bellissima, tirata e successo solo
in gara cinque, ai supplementari».
Un tempo si diceva: ottavo minuto del primo tempo, Binelli in
panchina con tre falli...
«Meglio non rispondere. O forse lo farò quando avrò smesso».
L'avversario più tosto.
«Tkachenko, Joe Barry Carrol e Sabonis. I primi due, poi, li ho affrontati
quando ero molto giovane. E il russo veramente era enorme. Più grosso di lui
ricordo solo due cinesi ai mondiali militari. Uno di 2,30 e l'altro di
2,32».
Il compagno con il quale ha legato di più.
«Tanti. Forse quasi tutti. Cito Wennington, Coldebella,
Brunamonti».
Quello con il quale ha legato meno.
«Nessuno. Ripeto: mi sono trovato bene con tutti».
L'allenatore.
«Sto ancora giocando. Ne ho avuti tanti. I top sono stati Bucci e Messina. Ma
anche Bob Hill era un grandissimo».
E il presidente?
«Ne ho avuti solo due. Anzi tre, con Gualandi, che però restò poco. Nessun
problema: Porelli e
Cazzola grandissimi».
Fu proprio l'avvocato Porelli a
spedirla negli Stati Uniti, alla Lutheran High School.
«Già, mi fece quella proposta e dopo aver parlato con i miei genitori
accettai. Spero di aver ripagato il debito morale contratto con l'avvocato.
Spero di averlo ripagato con i successi».
Il tifoso che ricorda?
«Il mio amico Sandro. Ha sempre fatto l'abbonamento alla Virtus solo perché
c'ero io».
E adesso?
«Mi ha assicurato che mi seguirà ovunque».
Il massaggiatore preferito.
«Marco Balboni. Con lui ho passato tantissimi anni. Ma anche con Paolo
Orsoni ho vissuto cinque stagioni indimenticabili. E lo stesso Silvano
Piazza, che nell'ultimo campionato ha fatto il pendolare da Forlì, è stato
una persona squisita».
Rimpianti?
«Nessuno».
Gli infortuni.
«Tanti. Ma per fortuna passati. Cinque interventi alle ginocchia».
Silvia, Andrea, Giulia e Thomas: cosa significa la famiglia per lei?
«Tanto. E' importante. Ti dà serenità. E non si parla di pallacanestro. Con
mia moglie c'è un patto: se c'è il basket in tivù uno da una parte e uno
dall'altra».
Da tre anni ha aperto un pub, Overtime, con
Lauro Bon. Soddisfatto?
«Sì. Vedo molta gente. Mi scarica. Soprattutto dopo un allenamento pesante».
Andiamo a memoria: anni Ottanta in un derby di Coppa Italia lei litiga con
Earl Williams.
Lei e la nazionale.
«Un bronzo e 101 presenze. E il rammarico di aver solo sfiorato le
olimpiadi».
Ma lei nella Nba ci sarebbe andato?
«Mi hanno chiamato due volte. E per due volte ho detto no agli Atlanta Hawks
e a Mike Fratello. Ma erano altri tempi: se andavi nella Nba potevi tornare
indietro solo come straniero».
A chi andrà la maglia numero 11 della Virtus.
«Non lo so. La daranno a qualche altro pivottone».
E la partita dell'addio?
«Si fanno a fine carriera. Sto ancora giocando».
Quei calzettoni lunghi.
«E' obbligatorio per me. Da qualche anno ho problemi di vene varicose e
utilizzo calze speciali. Prima li ho sempre tenuti calati sotto il
polpaccio».
Gus è uno dei simboli
della Virtus
Bologna, dove ha giocato per quasi due decenni fino al 2000 e con la quale
ha vinto cinque scudetti, cinque Coppe Italia, una Coppa delle Coppe e una
Coppa dei Campioni (ora Eurolega).
Successivamente milita
con Castelmaggiore (2000-01), Montegranaro (2001-02), Trapani (2002-2004).
Dal 2004 gioca con il
CariCento, squadra della Serie B d'Eccellenza. Nell'estate del 2007 si è
trasferito all'Anzola Basket, militante nel campionato di B2.
Augusto Binelli è stato
il primo cestista italiano scelto in un draft NBA. Fu selezionato dagli
Hawks di Atlanta nel draft del 1986 col numero 40 (secondo giro), ma non è
mai approdato tra i pro. Tuttora gli Hawks detengono i suoi diritti.
Adesso
Gus gioca con me (anzi sono io
che provo a giocare con lui ogni tanto), è arrivato ormai alla fine di una
carriera invidiabilissima, tanti trofei, tante vittorie e tanti amici,
persona davvero fantastica prima che ottimo giocatore, a 43 anni fa la
differenza in b2 ed è un piacere fermarsi a parlare con lui alla fine degli
allenamenti e farsi raccontare quello che succedeva nella Virtus
quando ci giocava lui...
gli aneddoti, le cazzate, è un grande, GUS GRANDE UOMO.
Binelli: «Il basket è la mia vita: smettere è impossibile»
di
Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 18/09/2009
Dategli
un pallone e un canestro: ne farete un uomo felice. Non si può spiegare
diversamente la seconda (o sarà la terza?) giovinezza di Augusto Binelli,
215 centimetri per 118 chili ma, soprattutto, presto quarantacinquenne
(festeggerà il compleanno il 23 settembre). Capitano della Virtus, tuttora
recordman di presenze in bianconero (564 gettoni e 4.394 punti restando solo
alle gare di campionato, ha vinto cinque scudetti (il primo nel 1984,
l’ultimo nel 1998), una Coppa dei Campioni (la prima per la V nera, nel
1998), una Coppa delle Coppe (1990), una Supercoppa (1995) e Coppe Italia a
iosa (1984, 1989, 1990, 1997, 1999). Augusto detto Gus continuerà a giocare
a basket, dopo averlo fatto alla Lutheran High School negli Stati Uniti,
Virtus, Progresso Castel Maggiore, Trapani, Cento, Anzola e, prossimamente,
nelle fila della Salus, nel campionato di C dilettanti. Aveva pensato di
smettere, poi, il pensiero di quel pallone che rimbalza sul parquet e la
telefonata di un amico gli hanno cambiato la vita. O quantomeno quella di
questa stagione.
Binelli, come l’hanno convinta?
«Parlando di pallacanestro».
Ci hanno messo molto?
«Mezzora, forse meno».
Il suo allenatore sarà Luca Ansaloni.
«E’ uno dei motivi per cui ho deciso di continuare. Conosco Luca da una
vita. In Virtus, qualche annetto fa, eravamo non solo compagni di squadra ma
pure compagni di camera».
Non è che sfrutterà qualche aneddoto curioso per chiedere ad Ansaloni di
lasciarla in campo?
«Di ricordi ne abbiamo tanti. Anche qualche scherzetto, ma questa è una cosa
che non farei mai».
Lei ha giocato nelle principali arene italiane, in quelle europee e pure
quelle mondiali. Non si sente sminuito nei campetti di provincia?
«Affatto. I campi sono tutti uguali. Due canestri, due tabelloni, le linee
per terra a delimitare il campo. E poi non sono abituato a guardarmi alle
spalle, sono proiettato nel futuro».
Campi tutti uguali, sicuro?
«Dopo il primo approccio sì. Ma se giochi in un palazzo da 15mila posti c’è
un po’ di differenza».
Il campo peggiore?
«In genere quelli greci. Ci tiravano addosso di tutto. Ricordo quello del
Paok Salonicco. Richardson che si fa largo nello spogliatoio e dice: Non ho
paura, lasciatemi passare. Gli arrivò in testa di tutto. Rientrò
precipitosamente».
I palazzi più affascinanti?
«Il PalaDozza, sicuramente. E poi il Pianella di Cantù, dove esordii nel
1981, prima di partire per gli States».
Pochi lo ricordano, lei aveva la maglia numero 7.
«Avevo poco più di 16 anni. Finii nei dieci, nella finale scudetto poi
persa, perché si erano fatti male McMillian e poi Marquinho».
Poi l’esperienza negli States.
«Mi ha aiutato molto».
è diventato un
giocatore.
«No, ho imparato a combattere con la timidezza. Avevo 16 anni ed ero alto
208 centimetri. Mi vergognavo un po’ per la mia altezza. Là, alla Lutheran
High School, ero uno dei tanti. Superai la timidezza iniziale».
Fu Porelli a spedirla negli States.
«Fu consigliato dal grande Nikolic. Mio padre Giovanni e mia madre Raffaella
non erano d’accordo».
E lei?
«Sarei partito anche subito. Alla fine mamma e papà si convinsero».
Lei fu scelto dalla Nba nel 1986.
«Vero, dagli Atlanta Hawks al secondo giro. Ma le regole erano diverse da
quelle attuali. Avessi giocato nella Nba una volta scaduto il contratto
sarei stato equiparato a uno straniero. Non me la sono sentita».
I coach che hanno segnato la sua carriera?
«Tanti. Alberto Bucci su tutti. Poi Ettore Messina e Bob Hill. Più
recentemente, invece, Furlani a Cento, Trullo e Bernardi a Trapani. Lo
stesso Coppeta ad Anzola. Sono stato molto fortunato».
Meno fortunato con la Nazionale.
«è un tasto
doloroso. Entrai in conflitto con un dirigente piuttosto influente. Si
chiusero tante porte».
Ha vinto tanto con la Virtus.
«A parte la Coppa Korac, che l’avvocato Porelli non amava, tutto il resto».
Per alzare al cielo da capitano la prima Coppa dei Campioni bianconera
accettò di giocare come ala piccola nella sfida con
la Fortitudo, successiva al neuroderby.
«Se lo avessi saputo prima avrei giocato prima come ala. Mi piace anche
adesso allontanarmi da canestro».
Il compagno di squadra, nel settore lunghi, più forte.
«Nessun dubbio, Clemon Johnson, una forza della natura».
E come avversario?
«Joe Barry Carroll, mi fece impazzire. Era davvero un giocatore Nba capitato
per caso da noi».
Lo scudetto più bello?
«Quello del ’93. Lo sento più mio. In quello della stella, dell’84, giocai
pochissimo, ero un bimbo».
Le gare più entusiasmanti?
«In occasione dei McDonald’s open, a Londra e a Monaco di Baviera. E quella
volta che a Zagabria segnai 30 punti al Cibona».
La più brutta.
«A Caserta. Non feci nulla. Avevo dei problemi in quel momento che non ho
mai detto né svelerò mai. Ma giocai proprio male».
Il futuro come lo immagina?
«Sono sposato con Silvia da 22 anni e abbiamo tre figli, Giulia di 20,
Andrea di 18 e Thomas Noah di 9. Giocherò per la Salus e, intanto, ho
iniziato un rapporto di collaborazione con Budrio. Seguirò un po’ il
minibasket. A Budrio, intanto, ci sarà anche Andrea. Poi ho una
collaborazione con la New Balance, relativamente al discorso scarpe».
Gira e rigira, sempre pallacanestro.
«Non posso cambiare ora. Il basket resta la mia vita, lo dimostra quanto sia
difficile smettere per uno come me. Ma quando sarò grande, magari, farò
l’allenatore».
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