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Valerio Bianchini

nato a: Torre Pallavicina (BG)

il: 22/07/43

 

Stagioni alla Virtus: 2002/03

 

Statistiche individuali

 

biografia su wikipedia

 

 

BOLOGNA, PERCHè TI ODIO

di Valerio Bianchini - Superbasket 11/18 aprile 1995

 

Accadde nel 1981. Allenavo il Bancoroma del magico Larry e mi apprestavo a giocare la Coppacampioni avendo tra gli avversari la Virtus con lo scudetto sul petto, mentre noi partecipavamo di diritto avendo vinto l'edizione l'anno recedente. Devo confessare che quella della Virtus era una concorrenza che mi piaceva poco. Erano gli anni dell'avvocato rampante. Lui si era inventato il Madison di piazza Azzarita, le luci, i suoni e i colori di una piccola Nba domestica. Lui aveva negli anni 70 salvata la Virtus dal baratro, scoprendo di volta in volta Peterson, Villalta, Driscoll e il grande Cosic. Lui si andava impadronendo dell'intero movimento avendo costituito un governo ombra dietro il largo paravento fornitogli da De Michelis che era in grado di importi al presidente federale come prima la Lega non era mai riuscita a fare. Capite bene che tutto quell'attivismo avrebbe potuto trasferirsi anche in FIBA e far pendere la bilancia delle due concorrenti italiane dal lato di Bologna. Ora a un povero allenatore relegato alla periferia dell'Impero (bolognese) del basket cosa resta se non le parole, la provocazione, lo sberleffo per farsi ascoltare dai  potenti? Perciò ai giornali che mi chiedevano di fare paragoni dissi più o meno così. Noi del Banco siamo i Campioni d'Europa e del resto siamo Roma, luce del mondo e origine di ogni internazionalità. Bologna in Europa non ha mai vinto nulla e del resto cos'ha di internazionale la Città delle due Torri da offrire al mondo, solo due simboli riconosciuti in tutto l'universo: i tortellini e Lucio Dalla.

Fu una dichiarazione di amore-odio per Bologna che non mi costò nessuna fatica perché sull'argomento ero del tutto sincero. Aspetto con ansia l'arrivo di ogni Santo Natale per accostarmi trepidante a quel miracolo della storia dell'umanità che è un piatto di tortellini in brodo fumanti. Quanto a Lucio Dalla non starò a dirvi della sua arte perché, come tutti sanno, l'arte p un insondabile mistero di cui solo sappiamo che ci dona una profonda, inafferrabile emozione. Vi dirò invece del piacere della sua conversazione e della sua capacità di porre il basket sul medesimo piano della musica o della poesia o di un piatto di tortellini in brodo. Fatto sta che la mia uscita fa incazzare l'avvocato e di conseguenza tutta Bologna che per anni dal parterre ad ogni partita mi invitava a gustare i tortellini, ma per vie impraticabili e comunque lontane da quel palato che i tortellini sanno deliziare. Divenne così ufficiale il presunto odio per Bologna tanto che finii per convincermi io stesso. E si sa che se uno deve condurre delle battaglie gli argomenti per spronarsi contro l'odiato nemico gli vengono a gettito continuo. Eppure direte voi avete lo stesso dio: il basket e la stessa religione; il campionato, e gli stessi testi sacri: le pubblicazioni di Cazzola anche se si sa che girano dei ciclostilati clandestini tra i dissidenti. Beata ingenuità! Ma non vedete che davanti ai vostri occhi le guerre più tremende si combattono fra confratelli? E poi ora che l'opera dell'avvocato si è compiuta e Bologna è definitivamente "Basket City" capite che è anche diventata come tutti i luoghi del potere reale definitivamente Sodoma e Gomorra? Peccato che in attesa della pioggia di fuoco là si divertano da pazzi e tutti noi si sia un po' invidiosi.

 


 

Virtus a Bianchini, dubbi e polemiche

La Repubblica - 28/12/2002

 

Non si marca, Madrigali. Né a uomo, né a zona. Esonerato Tanjevic, per la panchina della Virtus ha scelto Valerio Bianchini, spiazzando tutti. Tant’è che a raccontarlo ieri, nella città dei canestri, non ci si lasciavano dietro meno bocche aperte di quando venne silurato Messina, nell’ormai fatidico 11 marzo scorso. Perché Bianchini, da sempre affilato polemista, alla Bologna bianconera non ha mai risparmiato affondi anche pesanti. Robe da riderci sopra, se si guarda allo sport con disincanto. Robe pesanti, se viste con l’occhio passionale del tifo.
Ecco perché ieri pomeriggio, negli uffici della Cto a Casalecchio, dopo aver sentito Madrigali spiegare la sua scelta (in sintesi: «C’era bisogno di un uomo d’impatto per invertire la tendenza») e Bianchini il suo entusiasmo, la Virtus ha dovuto incassare una ulteriore contestazione, avviata subito da una decina di rappresentanti del tifo, presenti all’incontro. «Lei non sarà mai il nostro allenatore, ci ha offeso, la contesteremo ogni domenica, era meglio retrocedere in A2 con Boniciolli», sono state le frasi più velenose ascoltate, pronunciate con sincero rancore ma senza mai oltrepassare i limiti della civile discussione, a cui Bianchini ha risposto col savoir faire che lo contraddistingue. «Io mi schiero per la bandiera che mi assolda, e mi scaglio contro gli altri poteri: come facevo a non attaccare Milano e Bologna, avendo allenato a Cantù, Pesaro e Roma?». Risanare lo strappo non sarà facile, riordinare le parole e i pensieri registrati ieri pomeriggio, invece ora è d’obbligo.
Dunque, ecco la voce di Madrigali: «Ringrazio Boscia, ci siamo abbracciati e quindi lasciati benissimo. Però, una svolta andava data, e mi sono rivolto a Bianchini (per lui un contratto biennale, ndr) pensando fosse l’uomo giusto. Non posso consultarmi con la piazza per ogni decisione che prendo, ma posso assicurarvi che ogni volta io ragiono come il più virtussino dei virtussini. Consolini? è una nostra risorsa, qualche tempo fa l’avevo consultato ma lui, pur mettendosi a disposizione, non ritenne opportuno il cambiamento. Credo meriti la prima squadra, ma in condizioni più facili, cioè dall’inizio».
E ora, ecco il meglio dell’intervento - pardon, la prolusione - del Vate: «Ringrazio il presidente per la chance che mi ha dato, e la possibilità di affrontare una nuova entusiasmante sfida. Quella di riportare Bologna al ruolo di fulcro del basket italiano, perché senza la centralità di Bologna il movimento rischia di affondare. Bisognerebbe addirittura pensare a un’alleanza tra Virtus e Fortitudo per rilanciare questa città unica e imprescindibile, ed è per questo che il mio augurio è di vedere il derby di Bologna nella prossima finale di Coppa Italia. E se alla Fortitudo il mio compito fu d’iniziare a vincere, proprio con la Coppa Italia, ora in Virtus la mia missione sarà riaprire un ciclo vincente come lo fu negli anni ‘90. Dissi una volta che Bologna era un utopia, ora capisco che le utopie vanno difese per poter progettare il futuro».
Madrigali ha anche spiegato che Bianchini accentrerà in sé tutti i poteri (non ci sarà un sostituto di Lombardi, dunque) e le scelte che concernono il settore tecnico (in stile Messina, per intendersi), e il Vate ha subito precisato che per il momento non chiederà né accantonerà giocatori, essendo convinto delle potenzialità del gruppo. «Tanjevic mi ha assicurato che la squadra ha margini di crescita, e questo ha aumentato il mio entusiasmo».
Ieri il primo allenamento, per tirare le somme ci sarà tempo. Anzi, mica tanto. Domani a Pesaro Bianchini dovrà vincere. Altrimenti il derby nella Final Eight sarà la prima utopia dell’anno.

«Capitano di ventura». Così sì è definito Valerio Bianchini alla sua ennesima reincarnazione ma sempre unico: adesso che è nella Bologna bianconera, evviva la Vu. L’autoritratto è degno della sua bravura. Nel suo, non fa una piega: è stato chiamato per tornare a vincere. «E ci metterò tutto il cuore, come ho fatto per ogni bandiera che è stata mia. Quando ero a Roma, Pesaro o alla Fortitudo non potevo amare la Virtus. L’attaccavo con tutte le mie forze, come era giusto». Adesso però è la sua ragione. «Boscia mi ha detto che questa squadra può crescere e io ho più carica di prima». Il Vate non si smentisce: la nuova casa è sempre la più bella.
Dando un’occhiata al curriculum non si può che ammirare il suo lavoro, zeppo di campagne trionfali sotto tanti stendardi. Bianchini, 59 anni, milanese, ha in carniere ben 25 stagioni di capoallenatore (e un paio da C.t. della Nazionale), per un totale di 758 gare dirette, con 458 vittorie. Ha vinto otto trofei: tre scudetti, l’unico ad esserci riuscito in tre città diverse, Cantù, Roma e Pesaro, due Coppe dei Campioni, una Coppa Intercontinentale, una Coppa Italia e una Coppa delle Coppe. Da due stagioni non esercita. Fino a Natale era il vicepresidente di Roseto e nei tempi recenti era sempre stato coinvolto in cambi di panchina. L’ultima parentesi per lui è stata a Milano nel 2000/2001: perdente (1 vinta, 9 perse), come non esaltanti le due precedenti a Varese (10-8) e l’ultimo rientro a Roma (1-7). Poco, dopo la Coppa Italia del '98 vinta con la Teamsystem ai danni della Virtus, poco prima di essere sostituito da Skansi (esonero ieri definito un «Coitus interruptus prima della finale scudetto»).
E adesso come maneggerà la Virtus? «Ho davanti una squadra da valutare, non mi sento di chiedere nulla. Si passa dagli anni delle grandi vittorie alla fondazione di un gruppo nuovo. La continuità la devono dare i vecchi, come ha tuonato Smodis. I presunti talenti devono soffrire e migliorare se davvero vogliono passare per l’Nba». Sekularac è uno di questi e già qualche mese fa Bianchini ne aveva parlato benissimo. «Deve fare questo cammino: affrontare la realtà». E poi: «La mia visione del basket è differente da quella di Boscia. Lui punta sui suoi progetti: e sono usciti dei capolavori come Gentile, Fucka, Bodiroga e Meneghin. Io cerco di mettere in campo subito il meglio, provando a valorizzare il talento dei singoli». E i tifosi? «Quelli si debbono conquistare. Danno un quid in più a una squadra, ma anche qui a Bologna nessuno fa più l’abbonamento per forza». Infine, dopo averlo subito tante volte, stavolta potrà usufruire del miracolo di San Gennaro, con Rigaudeau. «è tra i pochi che ragionano ancora. Vedremo di usarlo al meglio, ma anche Stockton a 40 anni sta in campo molto».

 


 

Bianchini e un basket da rifare

di Walter Fuochi - a Repubblica - 07/01/2003

 

Valerio Bianchini, ma chi gliel’ha fatto fare di venire a Bologna a prendersi questa brutta copia della Virtus? Decima in classifica non era da trent’anni.

«Sennò mica mi chiamavano, no? Dovrò fare miracoli, pazienza. Per adesso, ho esordito a Pesaro e hanno fatto il record di spettatori, alla prima a Casalecchio è tornato al basket Lucio Dalla...».

Dovrà anche vincere qualche partita e tirar su la squadra.

«Lo so, e sarà dura. Perché da fuori avevo la percezione che, cambiando cinque stelle su dieci (Ginobili, Jaric, Griffith, Abbio e Bonora), più Messina, che era stato lo psicodramma cittadino, rimettersi in volo era dura. Da dentro, invece, è durissima. Perché bisogna rifare una squadra che, a un normale cambio istituzionale, ha aggiunto un terremoto tecnico, poi sviste e infortuni a catena, e infine pezze e rabberci. E questa squadra da rifare è una Juventus, con tutti i simboli e le aspettative del caso».

Ci ha già fallito un monumento come Tanjevic.

«Già, ed era l’allenatore ideale, perfino ovvio, per quella situazione. Se la scommessa era che servivano grandi giocatori per riaprire un ciclo, Boscia era quello che dal nulla aveva inventato Gentile, Bodiroga, Fucka. Solo che, a Caserta o a Trieste, aspettavano 5-6 anni, a Bologna 5-6 giornate. Ma quando muore un ciclo è una tragedia. La provai a Pesaro, e allora le squadre sfiorivano per senescenza. Adesso non sei fritto perché Magnifico smette, ma perché te li frega la Nba, dall’oggi al domani. Ginobili, nella Virtus, valeva Jordan nei Chicago Bulls».

Sta aspettando nuovi giocatori?

«Sì, un play al più presto, e poi un’ala. Perché i lunghi ci sono, ma dietro siamo pochi e Rigaudeau è l’unica certezza. Il cuore restano i 4 uomini del sistema Messina (Rigaudeau, Frosini, Smodis, Andersen), cui i nuovi non si sono saldati, provocando anzi dei rigetti. Su quei 4 dovremo ricostruire. E sull’imprinting di Messina. Poi, si trova quel che si trova. Una volta, la Nba era un’alleata, non una nemica. Non solo ci lasciava gli europei, che adesso razzia, ma ci spediva pure grandi giocatori. Io presi a Pesaro Darren Daye, e vinsi lo scudetto, perché dopo aver sostituito in tre belle partite Bird a Boston, alzò la cresta: visto, sono pronto? Rientrò Larry e si trovò in Italia. Dove una volta poteva arrivare un McAdoo. Non ora: guadagnano di più, là, pure se guardano gli altri che giocano».

Torniamo qua. A parte il decimo posto, a parte la finale di Coppa Italia che non farete, ha trovato pure il mitico pubblico virtussino dimezzato, da seimila a tremila.

«Certo, un problema in più. Ma credo fosse legittimo che Madrigali, ereditata la Virtus di Porelli e Cazzola, volesse fare la sua come la vedeva lui. Prima, Messina era tecnico e manager, lui voleva scindere l’incarico, però è finita come si sa e si sa pure che il popolo non accetta l’oltraggio alle sue icone. Sul calo dei paganti, s’è innestata pure la crisi dell’euro: quando ci siamo accorti che tanta roba costa il doppio, il biglietto per lo sport è stato fra i primi tagli. Infine, disertare il palasport è diventato il segno della protesta. Ma Bologna non può dare in testa a un presidente come Madrigali che spende miliardi. Anzi, più che Bologna, tutto il basket italiano non può perderla, Basket City».

Eppure, non era mai stata così malata.

«Direi più sulla sponda Virtus, una decadenza dell’impero che prostra tifosi abituati bene. La Fortitudo è nona, ma è un popolo meno deluso, perché s’è poco illuso. La sua unica illusione, anzi, è che Seragnoli non si stanchi di metter soldi. Ma se il basket perderà Bologna sarà una tragedia. Dopo la Milano craxiana e petersoniana, gli anni '80 in cui l’Olimpia si sentiva la 24a squadra Nba, Bologna ha tenuto su tutto, coi suoi due palasport, quando nessuno rifaceva quello di S. Siro crollato sotto la neve, con la sua inventiva, anche con le follie della sua irripetibile utopia».
Bianchini, ogni volta che rientra, trova un basket più piccolo.

«No, trovo un basket che, dopo il suo boom di sport moderno e laico, staccato dalla religione calcio, l’ha seguito nelle porcherie peggiori. Ma il calcio, come le religioni, sopravvive anche agli scandali. Gli altri no. Specie se poi il calcio si mette a divorarti, chiudendo il rubinetto del Toto e gli accessi in tv, perché ha sempre più bisogno di soldi, fino a che il moloch divorerà se stesso. Intanto, il basket distruggeva i vivai, andava in totale deregulation col mercato aperto, non formava una nuova classe dirigente».

E allora lei, Bianchini, era perfino finito in Malesia. A farci cosa?

«A cinquant’anni, avevo visto un mondo, e ce n’erano altri mille da vedere. In Asia avevo amici, ho fatto pure clinic di basket in India e Sri Lanka, e ho aperto in Malesia un ristorante italiano. Non è andata bene, non c’era turismo».

E poco più d’un anno fa, quando si prese la polmonite virale, come andò quei due mesi in ospedale?

«Che non pensai mai al peggio, perché la natura umana ti fa ignorare quanto stai male. Piuttosto, essendo capitato nel periodo in cui tutto il basket andava in tv sul satellite e io in clinica non l’avevo, pareva m’avessero amputato quarant’anni di vita. Come zio Vanja, avevo fatto una cosa che non esisteva più, e dubitavo d’aver vissuto. Per questo, quando sono uscito, ho accettato l’incarico di manager a Roseto. Mi bastava riannodare i miei fili, anche in provincia, anche senza panchina. Adesso ho addirittura quella della grande Virtus».