Anderson: "Il mio sogno rimane l'America,
vorrei finire vincendo qualche partita con la Virtus"
di Daniele Labanti - Corriere di Bologna -
14/03/2008
Anderson, come si può descrivere
questo momento della squadra?
«Abbiamo avuto tante sfide, sono cambiate molte cose. Gli scenari sono
ulteriormente differenti dopo l'arrivo del nuovo coach. La situazione è
difficile, dovremmo avere tutti la concentrazione giusta per fare bene non
una gara o due, com'è capitato, ma un lungo periodo».
Vi porterete dietro l'etichetta di giocatori discontinui, protagonisti d'una
stagione ricca di alti e bassi. Più bassi, invero.
«Roller coaster (montagne russe, ndr) avete ragione, è la definizione
corretta. È stato così dall'inizio, gente che va e che viene, giocatori
presi, giocatori sospesi, infortuni, scambi di mercato. Non sono abituato,
nessuno lo è, credo. La chimica non è mai stata trovata».
In questa costante ricerca di qualcosa di diverso, secondo lei cosa mancava?
E cosa manca, tuttora?
«I ruoli mancavano di sicuro. È vero che oggi tutti sanno fare tutto, e che
questa squadra ha tanto talento in ogni posizione, ma non è così che si può
progredire. Uno deve andare in una squadra sapendo per cosa viene pagato,
per quale ruolo, per fare cosa. Fino a poche settimane fa eravamo in tre per
una posizione, e questo solo guardando al quintetto».
Poi alcuni sono «caduti». Lei ha più parlato con Conroy, Holland e Spencer?
«No, onestamente no. Ho sentito una volta Delonte, qualche tempo fa».
Insomma il clan americano che non s'integrava non era poi così compatto...
Era quello il primo problema della squadra?
«Non scherziamo, quello era uno dei problemi. Uno dei tanti. Non credo che
ci fosse realmente uno scontro fra gruppi, semmai difficoltà diverse per
ognuno di noi a capire l'ambiente, il basket italiano. E comunque di
situazioni da risolvere ce n'erano molte, le nostre, quelle del coach, gli
infortuni. Molte cose non sono filate lisce».
Cos'ha portato Pasquali, rispetto a
Pillastrini?
«Ha dato maggiore chiarezza a tutti, soprattutto l'attenzione ai dettagli e
nelle piccole cose. Abbiamo lavorato molto sugli aiuti difensivi, sui
blocchi anche sulla palla. Da dentro, vedo miglioramenti importanti nel
gioco ».
Conquistata la finale di Coppa Italia, sembravate una squadra in via di
guarigione. Poi?
«Potevamo vincere, abbiamo combattuto, in quel weekend. Poi qualcosa è stato
più difficile, Best s'è fermato per l'infortunio, non siamo riusciti a
reagire. Diciamo che tutti avremmo dovuto essere un po' più pronti».
Che effetto le fa vedervi in fondo alla classifica, con sole 10 vittorie?
«È strano, perché siamo migliori di quel che dice il campionato. Possiamo
ancora fare i playoff, vorrei che lottassimo per un traguardo perché le
qualità le abbiamo».
L'entusiasmo e la pressione che esercitano i tifosi a Bologna sono stati un
problema?
«È stata la parte più difficile. Giocate meno partite rispetto alla Nba,
ogni gara diventa decisiva, si vive come fosse l'ultima. Le aspettative sono
molto più alte e crescono per me, che sono americano e la gente vuole che
faccia sempre 20 punti dominando il campo. È comprensibile ma l'adattamento
richiede tempo, è una sfida importante che mentalmente non è facile capire».
La vita qui è così difficile?
«Affatto, anzi è più facile. Il basket non è la vita di tutti i giorni. In
Usa è tutta una trafila di macchine belle, donne, soldi, vestiti, se non li
hai non sei nessuno. Da voi non puoi mai giudicare una persone da come si
veste, siete molto meno materiali».
Lei chi vota, Obama, Hillary Clinton o Mc Cain?
«Non me ne interesso, è roba che proprio è lontanissimo da me. Vedremo chi
vincerà».
Torniamo al campo: i compagni a volte non le fanno nemmeno vedere il
pallone. Come si spiega?
«Ci sono tanti bravi giocatori qui. Io sono un realizzatore, non un
tiratore, anche se ho buone percentuali. Non sono uno che cerca sempre il
tiro».
Nel futuro di Anderson c'è la Virtus, l'Europa o l'America?
«Il mio traguardo è la Nba, lo sarà sempre. Quest'estate a casa valuterò,
vedrò le opportunità che avrò là. Ma in Italia non sono venuto in gita,
vorrei chiudere andando ai playoff e finendo bene la stagione, facendo
meglio di adesso. Vorrei vincere delle partite».
.
AAA ATTENZIONE AD ALAN ANDERSON
Quando l'interruttore è su "on", Alan Anderson è uno dei giocatori più belli
da vedere di tutto il campionato. Quanto è spento su "off", pensate anche a
tutte le novità che ha dovuto affrontare. Non è stato facile, ma il talento è
a "5 stelle". - di Marco Martelli - Dream Team n. 40 - aprile 2008
"Prima di venire qui, dell'Europa non sapevo praticamente nulla. Il basket è
ovunque, ma qui dovevo imparare tutto. Ad esempio, dopo qualche partita, i
giocatori italiani mi hanno detto che i fischi non sono un gesto di stima
come in America, ma che invece sono come i "boooo"... Oh shit!, ho pensato,
ma poi almeno l'ho capito". Racchiusa in questo grottesco aneddoto da
matricola, ci sta tutta la prima, movimentata e ondivaga stagione italiana
di Alan Anderson, ala della Virtus Bologna, uno che la pallacanestro l'ha
amata fin da piccolo, l'ha studiata e l'ha sviluppata, schiantandosi però
contro il muro europeo. Colpo fiammante della Fortezza in una notte di fine
estate, l'entusiasmo s'è freddato in un amen: calato in un ambiente
difficile, schizofrenico, tra multe ed esclusioni, oltre alle sconfitte di
20 e la chimica mancante, la stagione di Anderson ha fatto fatica a
decollare.
Eppure, era partita alla grande: 14 in 21 minuti nel colpo di Capo
d'Orlando, alla prima giornata; 28 in altrettanti minuti contro lo Zalgiris,
alla prima di Eurolega. Poi, come in tante altre storie, uno spartiacque: la
nascita di Alan Jr... A girargli la vita, non solo la pallacanestro.
Junior - "é la cosa più
importante della mia vita", dice di suo figlio. "Ho solo 25 anni, pochi per
essere padre, ma la paternità ti rende più grande. Ora non prendo
responsabilità solo nel basket: le prendo per la sua crescita, e sono
responsabilità più dure, importanti, perché ogni cosa che faccio non la
faccio solo per me, ma per essere un esempio per lui. Ogni errore che faccio
può toccarlo, e lui può vederlo. Questo è un altro test che Dio mi ha
donato".
Magari anche Alan Jr. si innamorerà del basket come il padre.
Credente, cattolico, diplomato a DeLaSalle High School, l'uinica scuola di
Minneapolis di tale ecclesia, volontario per 4 anni di "Urban Ventures",
associazione di aiuto per le comunità, e col sogno nel cassetto di una
fondazione per bambini disagiati, ha vissuto il basket fin dal primo giorno.
"Avevo due anni. Mio padre giocava, mia madre allenava: giocare era una cosa
naturale. è stato amore a
prima vista. Palleggiavo sempre, correvo, tiravo in qualsiasi cosa che fosse
un cerchio". Ma non è un caso, per uno che in campo è un all-around,
eccellere anche in altro. A DeLaSalle giocava infatti anche a football: da
wide-receiver guidò gli Islanders al titolo stagionale. Le liste di
reclutamento lo piazzavano tra i primi 100 ricevitori dell'intera nazione.
"Dopo l'ultimo anno avevo ricevuto più borse di studio per giocare a
football che a basket. Lo amavo, ma i contatti mi facevano paura. Rischiare
ad ogni azione non faceva per me. E nel basket non andavo male..."
VERSATILE - A DeLaSalle, in palestra e non sul turf, faceva un po' di tutto:
partite da 34 punti, da 16 rimbalzi, da 11 assist, fino a chiudere, da
senior, a 21.2 punti, 5.1 rimbalzi e 7.2 assist di media. Decine di atenei
sono pronti ad accoglierlo: Iowa, UConn, Arizona, Kansas, Purdue,
Florida,Kentucky. E Minnesota, dov'era cresciuto, e dove tutti pensavano
finisse. "Andare al college è un'esperienza super: se dovevo lasciare la
famiglia, ne volevo cercare un'altra. Appena misi piede a Michigan State mi
sono sentito a casa, e la prima impressione è sempre quella più azzeccata.
Non mi conoscevano, ma mi hanno accolto come se fossi uno di loro: chiunque
va dove si sente il benvenuto. E poi, soprattutto, c'era Tom Izzo in
panchina".
Demiurgo di uno dei programmi più vincenti della recente storia del college
basket, Izzo prepara e costruisce uomini e giocatori per la NBA. "Non mi ha
detto:'tu sarai una stella, tu farai questo o quest'altro'. Lui mi sfidava,
mi avvertiva che sarebbe stata dura, che avrei dovuto lavorare tanto. 'A me
le sfide piacciono', gli dissi, 'e posso lavorare duro quanto vuoi tu',
anche di più'. La prima richiesta che mi ha fatto è stata quella di prendere
la laurea. Altri allenatori non me ne hanno nemmeno parlato. Io volevo il
degree e poi, lavorando con lui, la NBA: ha mantenuto la parola". Negli
Spartans si ritrova a fare tutto: nel 2001 arriva da ala piccola, nel 2002
spende una decina di minuti a partita da point guard, nel 2003 si divide tra
la regia e l'ala e nell'anno da senior pure da "4" tattico. Vien da
chiedersi se questa sua versatilità non gli abbia tarpato le ali, in una NBA
sempre più "specialista". "In tutta la mia carriera non ho mai giocato in un
ruolo solo: un giorno qui, un giorno là, chi guardava si chiedeva se potessi
fare questo o quest'altro, e lo facevo. Se c'è chi inizia shooting guard e
shooting guard rimane, io ho dovuto fare tutto. In certi quintetti, da
playmaker, mi marcava il più piccolo in campo, ma in difesa marcavo l'ala
forte, il più grosso in campo. Così ho sviluppato 4 dimensioni: posso andare
in post-up, posso tirare, condurre, palleggiare. NElla NBA ci vuole la
fortuna di essere nella situazione giusta. A Charlotte, ad esempio, serviva
che facessi il difensore dietro e lo slasher davanti: portavo energia,
difesa, e a loro piaceva. Mai avuto problemi a pensare al ruolo: pensavo
solo a giocare duro". La carriera a Michigan State finì alle Final Four, ma
tristemente. Nel Regional contro Kentucky segna i liberi decisivi, ma ci
lascia il ginocchio: eppure contro North Carolina, in semifinale, vuole
giocare comunque. Jawad Williams gli passa sopra, Anderson chiude a 0/4 al
tiro. I medici, il giorno dopo, gli scoprono una distorsione al menisco.
Aveva voluto giocare comunque. "Ma non è quello - dice oggi - il mio
rimpianto più grande. Avrei dovuto vivere di più la vita del college:
scoprire il passato, da Magic Johnson in avanti, e godermi l'ateneo. GLi
anni del college sono i migliori della vita".
DEMANDING - Quest'estate, dopo una stagione e mezza con Charlotte, bocciato
nel work out con San Antonio e lasciati cadere i sondaggi milionari di CSKA,
Olympiacos e Barcellona, sceglie Bologna, la Virtus, a 500.000 dollari.
Dei 4 americani scelti da Sabatini, è quello
che fa più fatica.
"Fatica è dire poco, specialmente se tutta la vita sei stato in un altro
ambiente. Qui c'era da adattarsi a un gioco totalmente differente, ma penso
di essere lentamente migliorato. Prima di arrivare non mi ero fatto un'idea,
avevo giocato contro Ginobili, o altri cresciuti qui in Europa e, come loro
si sono adattati all'NBA, ora toccava a me adattarmi. Il basket è sempre
mettere una palla in un cesto, ma non pensavo fosse così complicato. Qui non
è stato facile, mai: giocatori sospesi, tagliati, infortunati, ammalati. E
siamo ancora alla ricerca di ulteriori miglioramenti".
Il
salto culturale è stato notevole. La frustrazione, dopo le porte chiuse
della NBA, anche. "Avevo un'offerta da Charlotte, ma l'ho rifiutata. Cercavo
altro. Finita con gli Spurs, ho preso Bologna per fare un'esperienza
importante, vedere il basket da un'altra dimensione, aggiungere una pagina
al mio libro. Poi aspettavo già il bimbo, e dovevo anche pensare a lui". Ha
scoperto un mondo nuovo. Con i suoi pro e i suoi contro. La gestione del
club non poteva non colpirlo.
"Com'è Sabatini?" [pausa di 10 secondi, alla
ricerca di un aggettivo, ndr] "Demanding, esigente. Appena arrivato sono
rimasto colpito, anche stupito. Certe cose, anche divertenti, non pensavo
potessero davvero succedere in un'organizzazione professionale..." Visto
gasarsi, davanti allo specchio di una discoteca, provando contemporaneamente
due paia di occhiali alla festa dello sponsor Vidivici, Anderson ha avuto i
suoi momenti di svago. Ma sempre sull'attenti.
"Personalmente penso che chi viene qui per la prima volta debba sapere
tutto, ma proprio tutto, di quello che succede e non succede. Alcune cose
davvero non le sapevo: il coprifuoco, l'abbigliamento, il ruolo del
proprietario, il modo di vivere. Certe volte facevo fatica a capire, perché
per me era tutto nuovo, e nessuno mi aveva spiegato molto. In più la squadra
continuava a non girare. Poi con Pasquali è andata meglio: mi ricorda Izzo,
per la preparazione che ha e che richiede per ogni partita. Ma il modo di
vivere qui mi piace. è molto
più facile, tranquillo, rispetto all'America, dove c'è traffico, dove tutto
è molto materiale, tutto glamour e gioielli, mentre qui puoi essere te
stesso, senza per forza impressionare qualcuno, some invece accade negli
States. Questo è il lato della vita che mi piace, e lo rispetto tantissimo".
Mostrato solo nella parte centrale dell'anno, in coincidenza con la Coppa
Italia, gran parte del suo potenziale, la speranza del tifoso europeo è che
non disdegni, in futuro, di costruirsi una carriera di alto livello qui.
"Non escludo nessuna opportunità. Il basket di Eurolega è meraviglioso, è
basket vero. Non direi mai che ho fatto un errore a venire qui. Forse, più
che altro, non ho ragionato da solo, come faccio di solito, cercando di
capire e sapere tutto quello che succede o che può succedere. Di solito non
faccio le cose ciecamente, forse questa volta l'ho fatto. Ma è un'esperienza
che mi ha insegnato tanto, e l'Alan Anderson di oggi è uen giocatore migliore
di un anno fa: più intelligente, più capace di sfruttare le sue
caratteristiche, più cosciente che qui è diverso.
Il
campo più piccolo, l'area spesso chiusa - non come nella NBA - e un metro
arbitrale tra sfondamenti e infrazioni di passi, che mi ha frustrato per
tanto tempo, prima di capirlo". In più, la passione che non s'aspettava.
"Ogni partita è come se fosse l'ultima. In america ne giochi 82 solo di
stagione regolare, se ne perdi una il giorno dopo torni in campo, e non ci
pensi. Qui abbiamo perso il derby d'andata e, al ritorno nel parcheggio
dell'Arcoveggio [sede di allenamento, ndr] c'erano una cinquantina di tifosi
ad aspettarci. Tristi. Lì ho capito quanto ci tenessero, che loro sono
Virtus fino dentro alle radici, e che è una cosa seria, non solo un gioco.
è una passione, non pensavo
fosse così.
L'impatto a Bologna - Buongiorno, Italia!
Il
passaggio a vuoto è durato un mese, per l'esattezza dal 3 novembre al 9
dicembre 2007. Sei turni di campionato, cinque gare a referto, mai in doppia
cifra. Doppia cifra che, invece,ha contraddistinto finora ogni altra uscita
italiana di Alan Anderson, dalle 5 prestazione sempre sopra gli 11 punti del
suo debutto italiano, fino alla striscia, che dalla gara di inizio dicembre
contro l'Armani Jeans, si protrae fino a marzo inoltrato. Al momento in cui
scriviamo, per soli due punti di percentuale nel tiro da tre (attualmente
realizza da dietro l'arco col 38%), Anderson non completa la tripletta di
eccellenza per ogni tiratore, 50-40-80, ovvero più del 50% da due punti, più
del 40% da tre e più dell'80% dalla lunetta. Contribuisce a rimbalzo, con
quasi 5 palloni a partita, oltre ad assicurare giocate che sono un autentico
piacere per gli occhi di tanti tifosi delle Vu nere che lo seguono con
costanza al PalaMalaguti.
di Claudio Limardi - Corriere dello Sport/Stadio -
08/05/2008
Difficilmente Alan Anderson tornerà a Bologna. L'ala firmata da Sabatini la scorsa estate è vincolato alla
Virtus anche per l'anno prossimo ma ha una clausola di uscita nel mese di
luglio che dovrebbe esercitare per riprovare la carta Nba o in sottordine
legarsi ad un club europeo di alto profilo. La sua stagione bolognese è
stata buona e in crescita ma anche parecchio discontinua. «Alan è un
giocatore di talento e al primo anno in Italia bisogna concedergli il
beneficio di qualche difficoltà di ambientamento - dice il coach bianconero
Renato Pasquali - La storia insegna che al secondo anno farebbe sicuramente
meglio. Di solito è così» . Il problema è che non importa quanto la Virtus
rivorrebbe Anderson, il pallino ce l'ha in mano lui. E le sensazioni non
sono buonissime. « Anderson per cultura, carattere e mentalità - spiega
Pasquali - è uno che ha bisogno di partite e sa bene che l'anno prossimo noi
faremo solo il campionato. Per lui giocare una partita alla settimana
sarebbe mentalmente pesantissimo e non so se si sente pronto per farlo.
Quest'anno alla fine ero riuscito a coinvolgerlo di più negli allenamenti ed
era arrivato anche a divertirsi, ma una stagione intera allenandosi cinque
giorni per giocare il sesto per lui sarebbe molto complicata » .
è probabile che
Anderson giochi le summer league di inizio luglio con qualche club Nba e poi
valuti la situazione. Se dovesse davvero uscire dal contratto con la Virtus
si prenderebbe un rischio notevole dal punto di vista economico, ma potrebbe
sempre rimediare firmando per un club europeo come soluzione di riserva. Il
Barcellona aveva provato a prenderlo già per i playoff spagnoli. Ma Anderson
ha in testa la Nba: anche a settembre prima di dire sì alla Virtus volle
fare anche l'ultimo provino a San Antonio sperando nell'improbabile.