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Alan Anderson

nato a: Minneapolis (USA)

il: 16/10/82

altezza: 198

ruolo: ala

numero di maglia: 9

 

Stagioni alla Virtus: 2007/08

 

statistiche individuali

 

biografia su wikipedia.it

 

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Anderson: "Il mio sogno rimane l'America, vorrei finire vincendo qualche partita con la Virtus"

di Daniele Labanti - Corriere di Bologna - 14/03/2008

 

Anderson, come si può descrivere questo momento della squadra?
«Abbiamo avuto tante sfide, sono cambiate molte cose. Gli scenari sono ulteriormente differenti dopo l'arrivo del nuovo coach. La situazione è difficile, dovremmo avere tutti la concentrazione giusta per fare bene non una gara o due, com'è capitato, ma un lungo periodo».
Vi porterete dietro l'etichetta di giocatori discontinui, protagonisti d'una stagione ricca di alti e bassi. Più bassi, invero.
«Roller coaster (montagne russe, ndr) avete ragione, è la definizione corretta. È stato così dall'inizio, gente che va e che viene, giocatori presi, giocatori sospesi, infortuni, scambi di mercato. Non sono abituato, nessuno lo è, credo. La chimica non è mai stata trovata».
In questa costante ricerca di qualcosa di diverso, secondo lei cosa mancava? E cosa manca, tuttora?
«I ruoli mancavano di sicuro. È vero che oggi tutti sanno fare tutto, e che questa squadra ha tanto talento in ogni posizione, ma non è così che si può progredire. Uno deve andare in una squadra sapendo per cosa viene pagato, per quale ruolo, per fare cosa. Fino a poche settimane fa eravamo in tre per una posizione, e questo solo guardando al quintetto».
Poi alcuni sono «caduti». Lei ha più parlato con Conroy, Holland e Spencer?
«No, onestamente no. Ho sentito una volta Delonte, qualche tempo fa».
Insomma il clan americano che non s'integrava non era poi così compatto... Era quello il primo problema della squadra?
«Non scherziamo, quello era uno dei problemi. Uno dei tanti. Non credo che ci fosse realmente uno scontro fra gruppi, semmai difficoltà diverse per ognuno di noi a capire l'ambiente, il basket italiano. E comunque di situazioni da risolvere ce n'erano molte, le nostre, quelle del coach, gli infortuni. Molte cose non sono filate lisce».
Cos'ha portato Pasquali, rispetto a
Pillastrini?
«Ha dato maggiore chiarezza a tutti, soprattutto l'attenzione ai dettagli e nelle piccole cose. Abbiamo lavorato molto sugli aiuti difensivi, sui blocchi anche sulla palla. Da dentro, vedo miglioramenti importanti nel gioco ».
Conquistata la finale di Coppa Italia, sembravate una squadra in via di guarigione. Poi?
«Potevamo vincere, abbiamo combattuto, in quel weekend. Poi qualcosa è stato più difficile, Best s'è fermato per l'infortunio, non siamo riusciti a reagire. Diciamo che tutti avremmo dovuto essere un po' più pronti».
Che effetto le fa vedervi in fondo alla classifica, con sole 10 vittorie?
«È strano, perché siamo migliori di quel che dice il campionato. Possiamo ancora fare i playoff, vorrei che lottassimo per un traguardo perché le qualità le abbiamo».
L'entusiasmo e la pressione che esercitano i tifosi a Bologna sono stati un problema?
«È stata la parte più difficile. Giocate meno partite rispetto alla Nba, ogni gara diventa decisiva, si vive come fosse l'ultima. Le aspettative sono molto più alte e crescono per me, che sono americano e la gente vuole che faccia sempre 20 punti dominando il campo. È comprensibile ma l'adattamento richiede tempo, è una sfida importante che mentalmente non è facile capire».
La vita qui è così difficile?
«Affatto, anzi è più facile. Il basket non è la vita di tutti i giorni. In Usa è tutta una trafila di macchine belle, donne, soldi, vestiti, se non li hai non sei nessuno. Da voi non puoi mai giudicare una persone da come si veste, siete molto meno materiali».
Lei chi vota, Obama, Hillary Clinton o Mc Cain?
«Non me ne interesso, è roba che proprio è lontanissimo da me. Vedremo chi vincerà».
Torniamo al campo: i compagni a volte non le fanno nemmeno vedere il pallone. Come si spiega?
«Ci sono tanti bravi giocatori qui. Io sono un realizzatore, non un tiratore, anche se ho buone percentuali. Non sono uno che cerca sempre il tiro».
Nel futuro di Anderson c'è la Virtus, l'Europa o l'America?
«Il mio traguardo è la Nba, lo sarà sempre. Quest'estate a casa valuterò, vedrò le opportunità che avrò là. Ma in Italia non sono venuto in gita, vorrei chiudere andando ai playoff e finendo bene la stagione, facendo meglio di adesso. Vorrei vincere delle partite».

 

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AAA ATTENZIONE AD ALAN ANDERSON

Quando l'interruttore è su "on", Alan Anderson è uno dei giocatori più belli da vedere di tutto il campionato. Quanto è spento su "off", pensate anche a tutte le novità che ha dovuto affrontare. Non è stato facile, ma il talento è a "5 stelle". - di Marco Martelli - Dream Team n. 40 - aprile 2008

 

"Prima di venire qui, dell'Europa non sapevo praticamente nulla. Il basket è ovunque, ma qui dovevo imparare tutto. Ad esempio, dopo qualche partita, i giocatori italiani mi hanno detto che i fischi non sono un gesto di stima come in America, ma che invece sono come i "boooo"... Oh shit!, ho pensato, ma poi almeno l'ho capito". Racchiusa in questo grottesco aneddoto da matricola, ci sta tutta la prima, movimentata e ondivaga stagione italiana di Alan Anderson, ala della Virtus Bologna, uno che la pallacanestro l'ha amata fin da piccolo, l'ha studiata e l'ha sviluppata, schiantandosi però contro il muro europeo. Colpo fiammante della Fortezza in una notte di fine estate, l'entusiasmo s'è freddato in un amen: calato in un ambiente difficile, schizofrenico, tra multe ed esclusioni, oltre alle sconfitte di 20 e la chimica mancante, la stagione di Anderson ha fatto fatica a decollare.

Eppure, era partita alla grande: 14 in 21 minuti nel colpo di Capo d'Orlando, alla prima giornata; 28 in altrettanti minuti contro lo Zalgiris, alla prima di Eurolega. Poi, come in tante altre storie, uno spartiacque: la nascita di Alan Jr... A girargli la vita, non solo la pallacanestro.

Junior - "é la cosa più importante della mia vita", dice di suo figlio. "Ho solo 25 anni, pochi per essere padre, ma la paternità ti rende più grande. Ora non prendo responsabilità solo nel basket: le prendo per la sua crescita, e sono responsabilità più dure, importanti, perché ogni cosa che faccio non la faccio solo per me, ma per essere un esempio per lui. Ogni errore che faccio può toccarlo, e lui può vederlo. Questo è un altro test che Dio mi ha donato".

Magari anche Alan Jr. si innamorerà del basket come il padre.

Credente, cattolico, diplomato a DeLaSalle High School, l'uinica scuola di Minneapolis di tale ecclesia, volontario per 4 anni di "Urban Ventures", associazione di aiuto per le comunità, e col sogno nel cassetto di una fondazione per bambini disagiati, ha vissuto il basket fin dal primo giorno. "Avevo due anni. Mio padre giocava, mia madre allenava: giocare era una cosa naturale. è stato amore a prima vista. Palleggiavo sempre, correvo, tiravo in qualsiasi cosa che fosse un cerchio". Ma non è un caso, per uno che in campo è un all-around, eccellere anche in altro. A DeLaSalle giocava infatti anche a football: da wide-receiver guidò gli Islanders al titolo stagionale. Le liste di reclutamento lo piazzavano tra i primi 100 ricevitori dell'intera nazione. "Dopo l'ultimo anno avevo ricevuto più borse di studio per giocare a football che a basket. Lo amavo, ma i contatti mi facevano paura. Rischiare ad ogni azione non faceva per me. E nel basket non andavo male..."

 

VERSATILE - A DeLaSalle, in palestra e non sul turf, faceva un po' di tutto: partite da 34 punti, da 16 rimbalzi, da 11 assist, fino a chiudere, da senior, a 21.2 punti, 5.1 rimbalzi e 7.2 assist di media. Decine di atenei sono pronti ad accoglierlo: Iowa, UConn, Arizona, Kansas, Purdue, Florida,Kentucky. E Minnesota, dov'era cresciuto, e dove tutti pensavano finisse. "Andare al college è un'esperienza super: se dovevo lasciare la famiglia, ne volevo cercare un'altra. Appena misi piede a Michigan State mi sono sentito a casa, e la prima impressione è sempre quella più azzeccata. Non mi conoscevano, ma mi hanno accolto come se fossi uno di loro: chiunque va dove si sente il benvenuto. E poi, soprattutto, c'era Tom Izzo in panchina".

Demiurgo di uno dei programmi più vincenti della recente storia del college basket, Izzo prepara e costruisce uomini e giocatori per la NBA. "Non mi ha detto:'tu sarai una stella, tu farai questo o quest'altro'. Lui mi sfidava, mi avvertiva che sarebbe stata dura, che avrei dovuto lavorare tanto. 'A me le sfide piacciono', gli dissi, 'e posso lavorare duro quanto vuoi tu', anche di più'. La prima richiesta che mi ha fatto è stata quella di prendere la laurea. Altri allenatori non me ne hanno nemmeno parlato. Io volevo il degree e poi, lavorando con lui, la NBA: ha mantenuto la parola". Negli Spartans si ritrova a fare tutto: nel 2001 arriva da ala piccola, nel 2002 spende una decina di minuti a partita da point guard, nel 2003 si divide tra la regia e l'ala e nell'anno da senior pure da "4" tattico. Vien da chiedersi se questa sua versatilità non gli abbia tarpato le ali, in una NBA sempre più "specialista". "In tutta la mia carriera non ho mai giocato in un ruolo solo: un giorno qui, un giorno là, chi guardava si chiedeva se potessi fare questo o quest'altro, e lo facevo. Se c'è chi inizia shooting guard e shooting guard rimane, io ho dovuto fare tutto. In certi quintetti, da playmaker, mi marcava il più piccolo in campo, ma in difesa marcavo l'ala forte, il più grosso in campo. Così ho sviluppato 4 dimensioni: posso andare in post-up, posso tirare, condurre, palleggiare. NElla NBA ci vuole la fortuna di essere nella situazione giusta. A Charlotte, ad esempio, serviva che facessi il difensore dietro e lo slasher davanti: portavo energia, difesa, e a loro piaceva. Mai avuto problemi a pensare al ruolo: pensavo solo a giocare duro". La carriera a Michigan State finì alle Final Four, ma tristemente. Nel Regional contro Kentucky segna i liberi decisivi, ma ci lascia il ginocchio: eppure contro North Carolina, in semifinale, vuole giocare comunque. Jawad Williams gli passa sopra, Anderson chiude a 0/4 al tiro. I medici, il giorno dopo, gli scoprono una distorsione al menisco. Aveva voluto giocare comunque. "Ma non è quello - dice oggi - il mio rimpianto più grande. Avrei dovuto vivere di più la vita del college: scoprire il passato, da Magic Johnson in avanti, e godermi l'ateneo. GLi anni del college sono i migliori della vita".

 

DEMANDING - Quest'estate, dopo una stagione e mezza con Charlotte, bocciato nel work out con San Antonio e lasciati cadere i sondaggi milionari di CSKA, Olympiacos e Barcellona, sceglie Bologna, la Virtus, a 500.000 dollari.

Dei 4 americani scelti da Sabatini, è quello che fa più fatica.

"Fatica è dire poco, specialmente se tutta la vita sei stato in un altro ambiente. Qui c'era da adattarsi a un gioco totalmente differente, ma penso di essere lentamente migliorato. Prima di arrivare non mi ero fatto un'idea, avevo giocato contro Ginobili, o altri cresciuti qui in Europa e, come loro si sono adattati all'NBA, ora toccava a me adattarmi. Il basket è sempre mettere una palla in un cesto, ma non pensavo fosse così complicato. Qui non è stato facile, mai: giocatori sospesi, tagliati, infortunati, ammalati. E siamo ancora alla ricerca di ulteriori miglioramenti".

Il salto culturale è stato notevole. La frustrazione, dopo le porte chiuse della NBA, anche. "Avevo un'offerta da Charlotte, ma l'ho rifiutata. Cercavo altro. Finita con gli Spurs, ho preso Bologna per fare un'esperienza importante, vedere il basket da un'altra dimensione, aggiungere una pagina al mio libro. Poi aspettavo già il bimbo, e dovevo anche pensare a lui". Ha scoperto un mondo nuovo. Con i suoi pro e i suoi contro. La gestione del club non poteva non colpirlo.

"Com'è Sabatini?" [pausa di 10 secondi, alla ricerca di un aggettivo, ndr] "Demanding, esigente. Appena arrivato sono rimasto colpito, anche stupito. Certe cose, anche divertenti, non pensavo potessero davvero succedere in un'organizzazione professionale..." Visto gasarsi, davanti allo specchio di una discoteca, provando contemporaneamente due paia di occhiali alla festa dello sponsor Vidivici, Anderson ha avuto i suoi momenti di svago. Ma sempre sull'attenti.

"Personalmente penso che chi viene qui per la prima volta debba sapere tutto, ma proprio tutto, di quello che succede e non succede. Alcune cose davvero non le sapevo: il coprifuoco, l'abbigliamento, il ruolo del proprietario, il modo di vivere. Certe volte facevo fatica a capire, perché per me era tutto nuovo, e nessuno mi aveva spiegato molto. In più la squadra continuava a non girare. Poi con Pasquali è andata meglio: mi ricorda Izzo, per la preparazione che ha e che richiede per ogni partita. Ma il modo di vivere qui mi piace. è molto più facile, tranquillo, rispetto all'America, dove c'è traffico, dove tutto è molto materiale, tutto glamour e gioielli, mentre qui puoi essere te stesso, senza per forza impressionare qualcuno, some invece accade negli States. Questo è il lato della vita che mi piace, e lo rispetto tantissimo". Mostrato solo nella parte centrale dell'anno, in coincidenza con la Coppa Italia, gran parte del suo potenziale, la speranza del tifoso europeo è che non disdegni, in futuro, di costruirsi una carriera di alto livello qui. "Non escludo nessuna opportunità. Il basket di Eurolega è meraviglioso, è basket vero. Non direi mai che ho fatto un errore a venire qui. Forse, più che altro, non ho ragionato da solo, come faccio di solito, cercando di capire e sapere tutto quello che succede o che può succedere. Di solito non faccio le cose ciecamente, forse questa volta l'ho fatto. Ma è un'esperienza che mi ha insegnato tanto, e l'Alan Anderson di oggi è uen giocatore migliore di un anno fa: più intelligente, più capace di sfruttare le sue caratteristiche, più cosciente che qui è diverso.

Il campo più piccolo, l'area spesso chiusa - non come nella NBA - e un metro arbitrale tra sfondamenti e infrazioni di passi, che mi ha frustrato per tanto tempo, prima di capirlo". In più, la passione che non s'aspettava. "Ogni partita è come se fosse l'ultima. In america ne giochi 82 solo di stagione regolare, se ne perdi una il giorno dopo torni in campo, e non ci pensi. Qui abbiamo perso il derby d'andata e, al ritorno nel parcheggio dell'Arcoveggio [sede di allenamento, ndr] c'erano una cinquantina di tifosi ad aspettarci. Tristi. Lì ho capito quanto ci tenessero, che loro sono Virtus fino dentro alle radici, e che è una cosa seria, non solo un gioco. è una passione, non pensavo fosse così.

 

L'impatto a Bologna - Buongiorno, Italia!

Il passaggio a vuoto è durato un mese, per l'esattezza dal 3 novembre al 9 dicembre 2007. Sei turni di campionato, cinque gare a referto, mai in doppia cifra. Doppia cifra che, invece,ha contraddistinto finora ogni altra uscita italiana di Alan Anderson, dalle 5 prestazione sempre sopra gli 11 punti del suo debutto italiano, fino alla striscia, che dalla gara di inizio dicembre contro l'Armani Jeans, si protrae fino a marzo inoltrato. Al momento in cui scriviamo, per soli due punti di percentuale nel tiro da tre (attualmente realizza da dietro l'arco col 38%), Anderson non completa la tripletta di eccellenza per ogni tiratore, 50-40-80, ovvero più del 50% da due punti, più del 40% da tre e più dell'80% dalla lunetta. Contribuisce a rimbalzo, con quasi 5 palloni a partita, oltre ad assicurare giocate che sono un autentico piacere per gli occhi di tanti tifosi delle Vu nere che lo seguono con costanza al PalaMalaguti.

 

 


di Claudio Limardi - Corriere dello Sport/Stadio - 08/05/2008

Difficilmente Alan Anderson tornerà a Bologna. L'ala firmata da Sabatini la scorsa estate è vincolato alla Virtus anche per l'anno prossimo ma ha una clausola di uscita nel mese di luglio che dovrebbe esercitare per riprovare la carta Nba o in sottordine legarsi ad un club europeo di alto profilo. La sua stagione bolognese è stata buona e in crescita ma anche parecchio discontinua. «Alan è un giocatore di talento e al primo anno in Italia bisogna concedergli il beneficio di qualche difficoltà di ambientamento - dice il coach bianconero Renato Pasquali - La storia insegna che al secondo anno farebbe sicuramente meglio. Di solito è così» . Il problema è che non importa quanto la Virtus rivorrebbe Anderson, il pallino ce l'ha in mano lui. E le sensazioni non sono buonissime. « Anderson per cultura, carattere e mentalità - spiega Pasquali - è uno che ha bisogno di partite e sa bene che l'anno prossimo noi faremo solo il campionato. Per lui giocare una partita alla settimana sarebbe mentalmente pesantissimo e non so se si sente pronto per farlo. Quest'anno alla fine ero riuscito a coinvolgerlo di più negli allenamenti ed era arrivato anche a divertirsi, ma una stagione intera allenandosi cinque giorni per giocare il sesto per lui sarebbe molto complicata » . è probabile che Anderson giochi le summer league di inizio luglio con qualche club Nba e poi valuti la situazione. Se dovesse davvero uscire dal contratto con la Virtus si prenderebbe un rischio notevole dal punto di vista economico, ma potrebbe sempre rimediare firmando per un club europeo come soluzione di riserva. Il Barcellona aveva provato a prenderlo già per i playoff spagnoli. Ma Anderson ha in testa la Nba: anche a settembre prima di dire sì alla Virtus volle fare anche l'ultimo provino a San Antonio sperando nell'improbabile.